Femminicidio Noemi Durini: «Basta permessi premio»

Una madre trova conforto nei segni quotidiani che interpreta come messaggi della figlia uccisa nel 2017. La sua battaglia ha ispirato una proposta di legge.

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Autore: Redazione ,
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Nel silenzio della sua camera o durante i momenti più difficili, Imma Rizzo continua a sentire la presenza di sua figlia Noemi. Non attraverso ricordi sbiaditi, ma attraverso segni concreti che lei interpreta come messaggi dall'aldilà: una canzone alla radio, una frase trovata per caso in un libro, e soprattutto arcobaleni che appaiono nel cielo anche nelle giornate più calde d'estate. "L'altro giorno ne ho trovato uno a terra, un piccolo charm colorato", racconta la donna, che ogni mattina, prima di andare al lavoro, passa dal cimitero per salutare la figlia sedicenne uccisa e sepolta viva dal fidanzato quasi diciottenne nel settembre 2017. Una tragedia che ha scosso l'Italia e che oggi alimenta una battaglia legale che prende il nome proprio dalla giovane vittima: la legge Noemi.

Era il 3 settembre 2017 quando Noemi Durini scomparve da Specchia, in provincia di Lecce. Dieci giorni di angoscia culminati nella confessione di Lucio Marzo, il fidanzato che ammise di averla colpita con un coltello, presa a sassate e infine sepolta viva sotto un cumulo di pietre nelle campagne di San Giuseppe di Castrignano del Capo. Aveva solo sedici anni, Noemi. Lui quasi diciotto. La condanna? Diciotto anni e otto mesi di carcere. Ma quello che Imma Rizzo non può accettare è ciò che è accaduto dopo: già tre anni dopo il delitto, all'assassino di sua figlia sono stati concessi permessi premio per vedere la fidanzata, partecipare a un battesimo, andare a votare, finché non è stato fermato alla guida in stato di ebbrezza.

"Non è giusto che all'assassino venga data fin da subito la possibilità di rifarsi una vita, mentre Noemi una vita non l'ha più", denuncia la madre con una determinazione che ha trovato ora un canale concreto. Insieme all'avvocata Valentina Presicce, presenterà il prossimo 23 febbraio alla Corte di Cassazione una proposta di legge che mira a eliminare i permessi premio per tutti coloro che si macchiano di reati efferati come il femminicidio. "Poi faremo una raccolta firme, dobbiamo raccoglierne almeno cinquantamila", spiega, trasformando il dolore personale in una battaglia collettiva per la giustizia.

L'assassino di mia figlia non ha mai chiesto perdono, ma è uscito per andare allo stadio e ha ottenuto di poter frequentare una ragazza conosciuta sul posto di lavoro

La questione dei permessi premio rappresenta il cuore pulsante di questa proposta legislativa. Imma Rizzo non può sapere se Marzo goda ancora di questi benefici: "Noi familiari non possiamo saperlo, per motivi di privacy", spiega con amarezza. La scoperta dei permessi concessi è arrivata casualmente, quando il giovane è stato fermato in stato di ebbrezza. "Non è giusto. A chi commette reati così efferati non devono essere concessi benefici di pena", ribadisce la donna, che non mette in discussione il principio costituzionale della rieducazione, ma chiede che venga applicato tenendo conto anche dei diritti delle vittime e dei loro familiari.

Mentre porta avanti questa battaglia legale, Imma ha trasformato la memoria di Noemi in uno strumento di educazione. Attraverso l'associazione Casa di Noemi, va nelle scuole insieme alla sua avvocata per sensibilizzare i giovani sulla violenza di genere. "È necessario educare i giovani alla non violenza, ma è fondamentale anche l'impegno delle famiglie, dei genitori", spiega. Il messaggio che porta ai ragazzi è semplice ma potente: siamo tutti diversi ma unici, ognuno a modo suo, e il rispetto del prossimo, soprattutto delle donne, non è negoziabile.

Sono passati nove anni da quel tragico settembre del 2017, eppure per Imma Rizzo il tempo sembra essersi fermato. "Vado al cimitero ogni giorno. Tutte le mattine, prima di andare a lavorare, passo da Noemi. Il sabato e la domenica, quando sono a casa, vado da lei anche due o tre volte", racconta. E quando chiude gli occhi, rivede ancora quella ragazza solare che amava la vita incondizionatamente, quella figlia che dopo ogni lite veniva ad abbracciarla dicendo: "Mamma, perdonami, lo sai che ti amo". È la frase più bella che le sia mai stata detta, e quella che continua a risuonare nel vuoto incolmabile lasciato da Noemi.

Secondo Imma, lo Stato ha il dovere di garantire la sicurezza della società, soprattutto nei casi di femminicidio. "Concedere ad assassini socialmente pericolosi i permessi premio dopo solo pochi anni dalla condanna significa non garantire alle vittime giustizia. E lo Stato dovrebbe stare dalla parte delle vittime, non degli assassini", conclude. Una posizione netta che alimenterà sicuramente il dibattito sul delicato equilibrio tra rieducazione del condannato e tutela delle vittime, mentre il nome di Noemi Durini continua a vivere non solo nei sogni della madre, ma anche nella speranza di un cambiamento concreto della legislazione italiana.

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