Un nuovo capitolo si apre nella lunga e tormentata vicenda giudiziaria del delitto di Garlasco, con la perizia della poliziotta scientifica Denise Albani che mette in discussione l'approccio metodologico utilizzato oltre dieci anni fa per analizzare il materiale genetico cruciale ritrovato sulla vittima. La consulente tecnica, nominata dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Pavia nell'ambito dell'ultimo incidente probatorio, ha evidenziato alcune "criticità" nel lavoro svolto nel 2014 dal genetista forense Francesco De Stefano, quella stessa perizia che contribuì in maniera determinante alla condanna definitiva di Alberto Stasi per l'omicidio di Chiara Poggi.
La questione centrale riguarda il DNA maschile estratto da sotto le unghie della giovane vittima, un elemento che potrebbe riaprire scenari investigativi rimasti nell'ombra. Durante l'incidente probatorio, l'avvocato Liborio Cataliotti, legale di Andrea Sempio, ha posto a Denise Albani una domanda diretta: avrebbe seguito lo stesso metodo del collega De Stefano? La risposta della perita è stata netta: "No, non farei uguale".
Secondo quanto ricostruito dall'agenzia AGI, Albani ha individuato due aspetti problematici nell'analisi condotta dal predecessore. Il primo punto critico riguarderebbe l'assenza di una quantificazione preliminare del materiale genetico disponibile. De Stefano avrebbe infatti scelto di saltare questa fase iniziale per preservare l'estratto, passando direttamente alla tipizzazione, una decisione dettata dalla scarsità del campione ma che avrebbe limitato la comprensione della quantità di DNA effettivamente presente.
L'altro elemento di debolezza metodologica identificato dalla perita riguarda i tempi di lavorazione. Tra le varie sessioni di tipizzazione del DNA dei genitori di Chiara Poggi e quella della presunta traccia maschile sarebbero trascorsi circa quaranta giorni, un lasso temporale che secondo Albani avrebbe potuto comportare un rischio di degradazione del materiale biologico, con potenziali conseguenze sull'affidabilità dei risultati.
Interpellata sulle criticità emerse, la stessa Albani ha tuttavia precisato che più che di veri e propri errori procedurali si tratterebbe di scelte strategiche compiute in un contesto normativo diverso. All'epoca della perizia De Stefano, i protocolli scientifici non imponevano procedure così rigidamente standardizzate come quelle attuali. Le decisioni metodologiche del genetista forense furono inoltre condivise con i consulenti di parte, un elemento che testimonia la trasparenza del processo decisionale seguito.
La consulente ha sottolineato di aver adottato nella propria analisi un approccio "estremamente rigoroso al metodo", convinta che solo questa strada possa garantire risultati affidabili e certi. Per questo motivo si è recata personalmente presso il laboratorio dei RIS di Genova, dove il materiale genetico era conservato dal 2007, confrontandosi direttamente con i colleghi per cercare di ottenere la maggior quantità possibile di campione su cui lavorare.
Le conclusioni della perizia Albani sul DNA sotto le unghie di Chiara Poggi aprono scenari investigativi potenzialmente dirompenti. La perita avrebbe stabilito una compatibilità genetica della traccia maschile individuata con la linea paterna di Andrea Sempio, pur non potendo arrivare a un'identificazione certa dell'indagato. Il materiale biologico analizzato è stato definito "misto, degradato e non consolidato", caratteristiche che ne rendono complessa l'interpretazione definitiva.
Ora la palla passa alla Procura di Pavia, che deve sciogliere le riserve su un'eventuale richiesta di riapertura del processo. Potrebbe rivelarsi determinante anche la consulenza della patologa forense Cristina Cattaneo, chiamata a riesaminare le cause della morte della giovane. L'incidente probatorio conclusosi lo scorso dicembre ha infatti coinvolto anche altri elementi controversi del caso, come la celebre "impronta 33" sul muro che conduce al seminterrato della villetta dei Poggi.
Parallelamente al lavoro sui reperti scientifici, gli investigatori starebbero seguendo piste alternative, tra cui una che, secondo indiscrezioni trapelate negli ultimi mesi, vedrebbe l'assassino fuggire dal retro dell'abitazione. Una ricostruzione che potrebbe modificare radicalmente la dinamica dell'omicidio così come è stata cristallizzata nelle sentenze che hanno portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi.
La vicenda del delitto di Garlasco, consumatosi nell'agosto 2007, continua dunque a riservare colpi di scena a distanza di quasi diciotto anni. L'evoluzione delle tecniche scientifiche e l'applicazione di protocolli più rigorosi permettono oggi di riesaminare prove che a suo tempo furono ritenute decisive, aprendo interrogativi sulla solidità di alcune certezze processuali che sembravano definitive.
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