Garlasco: l'impronta che potrebbe incastrare l'assassino

Un'impronta digitale sul pigiama di Chiara Poggi è andata perduta per un errore investigativo, trasformando il delitto di Garlasco in un caso irrisolto durato diciotto anni.

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Autore: Redazione ,
Attualità
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Un'impronta digitale avrebbe potuto chiudere il caso in poche ore, evitando diciotto anni di dubbi, polemiche e un processo che ha spaccato l'Italia. Eppure quella traccia cruciale, rimasta impressa sul pigiama di Chiara Poggi – quattro dita visibili sulla spalla della vittima – è andata perduta per sempre a causa di un errore madornale degli investigatori. È questa la rivelazione più scioccante emersa dall'analisi degli errori compiuti durante le indagini sul delitto di Garlasco, tornati sotto i riflettori grazie a Quarta Repubblica, il programma condotto da Nicola Porro su Rete 4. Una serie di passi falsi che hanno trasformato quello che poteva essere un caso risolto rapidamente in uno dei cold case più controversi della cronaca nera italiana.

Quando i carabinieri accorsero nella villetta di via Giovanni Pascoli il 13 agosto 2007, poco dopo le 14:00, si trovarono di fronte a una scena del crimine devastante: sangue ovunque, dalle scale al corridoio, dal telefono fisso fino alla cantina. Chiara giaceva sulle scale a testa in giù, il corpo già senza vita dopo l'efferato omicidio. Su una spalla, coperta dal pigiama, l'assassino aveva lasciato la sua firma biologica: le impronte di indice, medio, anulare e mignolo. Forse aveva tentato di afferrarla, o l'aveva spinta durante la colluttazione. Quelle tracce avrebbero potuto identificare immediatamente il colpevole attraverso un semplice confronto dattiloscopico.

Ma durante il sopralluogo, un carabiniere voltò il cadavere della ragazza. La spalla di Chiara entrò così in contatto con le copiose macchie di sangue presenti sulla scena, contaminando irrimediabilmente le impronte digitali. Un errore fatale che ha reso inutilizzabile quello che avrebbe dovuto essere il reperto più importante dell'intera indagine. Non sapremo mai se quelle impronte appartenessero all'assassino o alla stessa Chiara, che forse si era stretta tra le braccia in un disperato gesto di difesa dopo il primo attacco.

Venticinque persone invasero la scena del crimine, molte senza calzari né guanti, contaminando tracce che avrebbero potuto essere decisive

Ma la contaminazione delle impronte è solo la punta dell'iceberg di una catena di errori investigativi che ha dell'incredibile. Nelle ore successive all'allarme lanciato da Alberto Stasi – che chiamò il 118 con la celebre frase "Credo che abbiano ucciso una persona… non sono sicuro… forse è viva" – nella villetta dei Poggi si riversarono ben 25 persone. Molti degli investigatori non indossavano calzari protettivi né guanti, calpestando e toccando potenziali prove. La contaminazione fu così massiccia che i RIS dovettero richiedere le scarpe a tutti i presenti per mappare le impronte e distinguere quelle degli investigatori da quelle eventualmente lasciate dall'assassino. Per complicare ulteriormente le cose, un carabiniere consegnò un paio di scarpe diverse da quelle effettivamente indossate durante il sopralluogo.

Gli errori proseguirono anche durante l'autopsia. Nessuno prese le impronte digitali di Chiara Poggi, rendendo necessaria la riesumazione del corpo due giorni dopo i funerali. Non venne registrato nemmeno il peso della vittima, un dato fondamentale per stabilire con precisione l'orario della morte, ancora oggi oggetto di discussione tra gli esperti. E poi il disastro con le unghie della ragazza: raccolte, mischiate tra loro e in parte smarrite – una provetta è letteralmente sparita nel nulla.

Secondo testimonianze non verbalizzate emerse nella trasmissione di Porro, la situazione sulla scena del crimine rasenta il grottesco: un carabiniere sarebbe scivolato su una pozza di sangue, un altro avrebbe utilizzato il bagno della casa dei Poggi, un terzo avrebbe spostato il divano. Reperti potenzialmente cruciali non vennero mai esaminati, come il posacenere trovato su un mobile della cucina contenente cenere di sigaretta: un dettaglio rilevante considerando che né Chiara né Alberto fumavano, e i genitori della vittima erano lontani da casa in quei giorni.

La spazzatura della sera in cui Chiara e Alberto rimasero soli in casa, e quella della mattina successiva all'omicidio, venne sequestrata solo otto mesi dopo e analizzata esclusivamente nell'ambito della nuova indagine in corso. Come se non bastasse, uno dei gatti di casa Poggi rimase chiuso nell'abitazione per giorni, libero di muoversi e contaminare ulteriormente la scena del crimine con tracce biologiche e impronte.

Questi errori hanno avuto conseguenze devastanti non solo per le indagini, ma per l'intero corso della giustizia. Alberto Stasi venne condannato in via definitiva a 16 anni di carcere per l'omicidio della fidanzata, ma la fragilità probatoria causata dalle contaminazioni ha alimentato per quasi due decenni dubbi e teorie alternative. Il caso Garlasco è diventato così uno dei casi giudiziari più discussi e polarizzanti della cronaca italiana recente, con l'opinione pubblica divisa tra chi crede nella colpevolezza di Stasi e chi invece sostiene che la verità sia ancora da scoprire, sepolta sotto gli errori investigativi di quel pomeriggio d'agosto del 2007.

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