Il caso Garlasco torna a far parlare di sé, ma questa volta a finire sotto i riflettori non è solo l'enigma irrisolto della morte di Chiara Poggi, bensì una battaglia legale parallela che vede contrapposti gli stessi legali. Massimo Lovati, avvocato di Andrea Sempio – uno dei soggetti coinvolti nelle indagini sulla vicenda che nel 2007 sconvolse l'Italia – dovrà presentarsi in tribunale il prossimo maggio per rispondere dell'accusa di diffamazione. Al centro della querela, alcune dichiarazioni rilasciate nel marzo scorso all'esterno dell'aula di tribunale, quando il legale parlò apertamente di "macchinazione orchestrata dalla difesa dello studio Giarda" e di "manipolazione organizzata dagli investigatori" in riferimento alle modalità di raccolta del DNA del suo assistito.
In un'intervista rilasciata a IgnotoX, Lovati ha tentato oggi di chiarire la portata delle sue parole, ammettendo candidamente di aver forse "peccato di foga difensiva" in quel momento concitato davanti ai cronisti. Una difesa a posteriori che cerca di ridimensionare la gravità delle affermazioni contestate, ma che inevitabilmente solleva interrogativi sulla strategia comunicativa adottata dai legali in uno dei cold case più mediatici della cronaca giudiziaria italiana.
La ricostruzione offerta dall'avvocato si concentra principalmente sul significato attribuito al termine incriminato. "Macchinazione", spiega Lovati, non indicherebbe una falsificazione delle prove o un complotto orchestrato ai danni del suo cliente, ma piuttosto "un'attività occulta ai danni di altri". Nel dettaglio, il legale si riferisce ai pedinamenti che definisce "occulti" subiti da Sempio e alle modalità con cui sarebbe stato effettuato il prelievo del DNA, poi utilizzato nelle perizie successive. Un'interpretazione che appare più sfumata rispetto alla durezza delle dichiarazioni originali, ma che non ha evidentemente convinto gli avvocati dello studio Giarda, che hanno deciso di procedere per vie legali.
Lovati si difende sostenendo di non aver mai avuto intenzione di diffamare nessuno, "tanto meno i colleghi", e specifica che quella parola era stata scelta "per distinguere un qualche cosa che volevo esporre". Il riferimento riguarderebbe specificamente le modalità investigative utilizzate nel 2017 durante le indagini che coinvolsero il suo assistito, con l'auspicio – evidentemente deluso – che quelle stesse informazioni e metodologie non venissero replicate anche nella nuova inchiesta riaperta sul caso Garlasco. La "macchinazione", nella ricostruzione finale dell'avvocato, consisterebbe nell'uso del DNA raccolto contro Sempio e nelle modalità con cui questo materiale genetico sarebbe stato acquisito e successivamente analizzato nelle varie perizie tecniche.
Mentre si attende il processo di maggio che vedrà contrapposti i legali della vicenda, l'inchiesta sul delitto di Chiara Poggi prosegue il suo corso con nuovi accertamenti tecnici. Di recente, la Procura ha disposto l'analisi del computer della vittima, dopo aver già deciso un incidente probatorio sul PC di Alberto Stasi, l'unico condannato in via definitiva per l'omicidio. L'operazione è stata affidata a consulenti informatici specializzati, ma inevitabilmente allungherà ulteriormente i tempi di un'inchiesta già complessa e stratificata.
Parallelamente, si attende anche la consulenza della professoressa Cristina Cattaneo, nota medico legale e antropologa forense che ha prestato il suo contributo in numerosi casi di cronaca nera italiani. Con termini che scadono ad agosto 2026, la Procura confida di riuscire a completare tutti gli accertamenti senza dover richiedere proroghe, anche se la natura particolarmente delicata delle analisi richieste lascia aperta ogni possibilità. Il caso Garlasco, a distanza di quasi vent'anni dal delitto, continua dunque a produrre sviluppi investigativi e giudiziari, confermandosi come uno degli enigmi irrisolti più intricati della giustizia italiana.
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