A 88 anni suonati e un record d'incassi al cinema che farebbe impallidire molti giovani attori, Lino Banfi continua a essere una delle figure più amate dello spettacolo italiano. Il "Nonno d'Italia" si è raccontato senza filtri nel nuovo episodio del podcast Sette Vite, condotto da Hoara Borselli, regalando un'intervista intensa che mescola ironia pugliese, nostalgia e progetti ancora in cantiere. Dal successo clamoroso di Oi vita mia al commovente ricordo della moglie Lucia, dall'orgoglio per una carriera spesso sottovalutata fino al rapporto ironico con la morte, Banfi dimostra che l'autenticità paga sempre.
Il boom al box office con Pio e Amedeo ha riportato l'attore pugliese al centro della scena cinematografica italiana. «Con Pio e Amedeo mi sono trovato benissimo: sono due ragazzi pieni di cuore e di rispetto», racconta Banfi riferendosi ai due comici foggiani che lo hanno voluto nel loro film d'esordio alla regia. Ma ciò che lo entusiasma davvero è aver potuto mostrare un lato inedito del suo talento: «Ho interpretato un vecchio saggio con l'Alzheimer. È un personaggio che riesce a unire due mondi lontani: fa ridere e commuovere insieme. Per me questo è il cinema più bello».
La dimensione drammatica rappresenta una conquista tardiva ma significativa per un attore che ha passato decenni a essere relegato nella commedia erotica. «Per anni mi hanno sottovalutato, ma oggi molti si sono ricreduti», rivendica con orgoglio. E aggiunge: «Ho inventato un linguaggio, un modo di far ridere e commuovere insieme: quattro generazioni mi conoscono per questo». Una rivalsa artistica che arriva nella fase più matura della carriera, quando molti suoi colleghi hanno già appeso le scarpe al chiodo.
Il cuore dell'intervista batte forte quando Banfi parla di Lucia, la moglie scomparsa che rimane presenza costante nei suoi pensieri e nelle sue parole. «Io la mia vita me la sono costruita come un muratore che mette il cemento buono. Con Lucia ho costruito la casa più solida che ci sia», confessa l'attore, lasciando trasparire una vulnerabilità che raramente mostra in pubblico. Un amore lungo una vita, costruito giorno per giorno, che ha rappresentato la vera colonna portante della sua esistenza ben più di qualsiasi successo professionale.
Il segreto del legame inossidabile con il pubblico? La coerenza e l'umiltà delle origini. «La gente mi sente uno di loro perché non ho mai dimenticato da dove vengo. Quando arrivo in un posto vado prima da chi soffre e poi dai potenti», spiega Banfi. Un approccio che lo ha reso molto più di una semplice star: un'icona popolare nel senso più autentico del termine, capace di attraversare generazioni e cambiamenti culturali mantenendo intatta la propria identità.
E anche a quasi 90 anni, l'attore non ha intenzione di fermarsi. In cantiere ci sono ancora diversi progetti: una docufiction su RaiUno prevista per luglio 2025 in occasione del suo novantesimo compleanno, un libro dal titolo evocativo Fede, speranza e varietà e persino un racconto a fumetti sulla sua vita. «Mi restano due o tre cose da fare: uno spot istituzionale, un ultimo film come voglio io e poi mi godo gli anni che restano. Sono ai tempi supplementari, ma voglio giocarli bene», dichiara con quella leggerezza che è il suo marchio di fabbrica.
Il momento più toccante dell'intervista arriva quando Banfi affronta il tema della morte con un'ironia disarmante. Ha già pensato a tutto, persino all'epitaffio: «Sulla mia tomba ci sarà scritto: "Se ci tieni, falla la lacrimuccia, però sorridi"». Ha pure dato un soprannome alla morte, chiamandola affettuosamente "Mo", come se fosse una vecchia conoscenza con cui prima o poi bisogna fare i conti. Un approccio alla fine della vita che riflette perfettamente la filosofia di un uomo che ha fatto del sorriso la sua arma più potente, anche nei momenti più difficili.
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