Il Tribunale di Venezia ha assolto un 52enne accusato di violenza sessuale ai danni di una quindicenne, con una sentenza che arriva in un momento delicatissimo per il dibattito pubblico sulla definizione giuridica del consenso. La decisione, firmata da un collegio interamente femminile composto da tre giudici, ha scatenato immediate polemiche proprio mentre il Parlamento lavora a una riforma della normativa sulle violenze sessuali. Secondo il tribunale, non sarebbe stata dimostrata "oltre ogni ragionevole dubbio" l'assenza di consenso da parte della ragazza, oggi maggiorenne, che all'epoca dei fatti aveva 15 anni.
La vicenda risale alla fine del 2020 e si è dipanata secondo dinamiche ormai tristemente note nell'era digitale: contatti iniziali su Instagram, messaggi progressivamente più intimi, fino ad arrivare a incontri fisici e rapporti sessuali protrattisi per circa nove mesi. Il pubblico ministero Giovanni Zorzi aveva richiesto una condanna esemplare a otto anni di reclusione, contestando la violenza sessuale aggravata dalla minore età della vittima e sottolineando come l'uomo avesse "chiesto insistentemente di potersi incontrare di persona" anche di fronte a "rifiuti categorici".
Secondo la ricostruzione accusatoria, in almeno un'occasione l'imputato avrebbe consumato un rapporto completo "nonostante la sua opposizione manifesta", ingenerando nella ragazza "un senso di oppressione e di obbligo" che l'avrebbe spinta ad assecondarlo in incontri cadenzati ogni due settimane. La giovane, ascoltata come testimone in aula, aveva confermato di essersi sentita costretta, ma questa versione non ha convinto il collegio giudicante.
Il processo si è concentrato sul nodo cruciale del consenso, elemento la cui prova risulta determinante nell'attuale impianto normativo italiano. I giudici hanno analizzato attentamente il materiale digitale acquisito agli atti: chat private, immagini intime e soprattutto messaggi che, secondo il tribunale, non dimostrano l'esistenza di una costrizione configurabile come reato. In particolare, il contenuto di alcune conversazioni, in cui la quindicenne si esprimeva con frasi come "Sei mio", ha fatto propendere il collegio per l'assenza di elementi probatori sufficienti.
Nella motivazione contestuale letta in aula, i giudici hanno proposto anche una chiave di lettura alternativa degli eventi: la ragazza, scoperta dal padre e messa sotto pressione dalla famiglia che non avrebbe mai accettato quella relazione, potrebbe aver ricostruito i fatti in modo da evitare le conseguenze della reazione genitoriale. Il tribunale non ha escluso neppure l'ipotesi di un reale coinvolgimento sentimentale della minore, pur riconoscendo che si è trattata di una "relazione basata su una diversa maturità" dal punto di vista etico, ma che "non presenta rilievo penale" secondo l'attuale legislazione.
La sentenza riaccende i riflettori sulle zone grigie della normativa italiana in materia di consenso sessuale con minori. In Italia, l'età del consenso è fissata a 14 anni, soglia oltre la quale una persona può legalmente avere rapporti sessuali anche con maggiorenni. Tuttavia, esistono importanti eccezioni: tra i 14 e i 16 anni, il rapporto è lecito solo se l'adulto non ricopre posizioni di autorità, affidamento o potere educativo. Sotto i 13 anni, qualsiasi rapporto è sempre vietato, indipendentemente dal presunto consenso.
Il caso veneziano solleva interrogativi complessi sulla capacità dei minori di esprimere un consenso realmente libero e consapevole quando coinvolti in relazioni con adulti significativamente più grandi, e sull'interpretazione giuridica della "costrizione" in assenza di violenza fisica esplicita. Dai 16 anni in poi, la legge considera il consenso pienamente valido, ma restano vietati sfruttamento, coercizione e pressioni psicologiche di ogni forma. La difesa dell'imputato ha evidentemente convinto il tribunale che, nel caso specifico, non vi fossero elementi sufficienti per configurare tali fattispecie, aprendo però un dibattito destinato a proseguire ben oltre l'aula di tribunale.
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