Monster: critiche e opinioni sulla stagione su Gein

La serie approda su Netflix e conquista il secondo posto nella classifica delle più viste, generando intense discussioni tra gli spettatori della piattaforma.

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Autore: Redazione ,
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Il fenomeno del true crime continua a dominare le piattaforme streaming, e l'ultima prova arriva dai numeri impressionanti di "Monster: The Ed Gein Story", che ha conquistato 12,2 milioni di visualizzazioni nella sua prima settimana su Netflix, posizionandosi al secondo posto delle classifiche della piattaforma. La serie, terza stagione dell'antologia creata da Ryan Murphy e Ian Brennan, conferma l'appetito apparentemente insaziabile del pubblico per storie incentrate sui lati più oscuri della natura umana. Tuttavia, il successo di audience si scontra con le stroncature della critica, creando un divario significativo tra il gradimento professionale e quello popolare.

Il paradosso della ricezione critica

I numeri di Rotten Tomatoes raccontano una storia di polarizzazione estrema: mentre i critici hanno assegnato alla serie un misero 20% di gradimento, il pubblico si è dimostrato più indulgente con un 54%. Questo divario riflette una tensione più ampia nel panorama dell'intrattenimento contemporaneo, dove il true crime si trova costantemente in bilico tra narrazione legittima e sfruttamento sensazionalistico.

Charlie Hunnam, protagonista della serie nei panni del serial killer del Wisconsin noto per aver indossato la pelle delle sue vittime, ha anticipato queste controversie. L'attore, famoso per "Sons of Anarchy", ha difeso il progetto sottolineando come non abbia mai percepito un approccio sensazionalistico durante le riprese, definendo la serie "un'esplorazione sincera della condizione umana".

La malattia mentale al centro della narrazione

Ian Brennan, co-creatore della serie, ha spiegato come il focus principale sia stato quello di esplorare la schizofrenia non diagnosticata di Gein. "Ed è fondamentalmente una storia di malattia mentale", ha dichiarato Brennan, evidenziando come fosse importante mostrare "l'horror della sua vita interiore e la prigione mentale in cui il suo cervello era intrappolato".

Siamo noi il mostro perché stiamo guardando?

Questa prospettiva ha generato reazioni contrastanti. Se da un lato alcuni spettatori hanno apprezzato l'approfondimento psicologico del personaggio, dall'altro i critici hanno accusato Murphy e Brennan di mascherare il loro fascino morboso dietro un'analisi pseudo-accademica.

Lo specchio della società contemporanea

La serie include un momento particolare in cui Ed si rivolge direttamente alla telecamera, sfidando gli spettatori sulla loro incapacità di distogliere lo sguardo. Questo espediente narrativo ha suscitato interpretazioni interessanti: Cosmopolitan UK ha descritto la serie come "una critica alla nostra desensibilizzazione", mentre Hunnam ha posto una domanda provocatoria sul vero mostro della storia.

Il New York Times ha collocato il fenomeno in un contesto più ampio, osservando come la televisione di qualità stia inevitabilmente puntando su figure come Gein per soddisfare "un appetito apparentemente insaziabile per storie incentrate sugli aspetti più oltraggiosi della natura umana". Murphy, con i suoi franchise American Horror Story e Monster, ha costruito la parte finale della sua carriera proprio su questo filone.

Critiche feroci e difese appassionate

The Guardian ha fornito una delle stroncature più severe, definendo il prodotto finale "volgare dove cerca di essere elegante, sfruttatore dove recita compassione". La testata britannica ha accusato i creatori di rivestire il loro "indecente fascino" con analisi pseudo-accademiche, suggerendo motivazioni autoassolutorie dietro questa scelta narrativa.

Time Magazine ha sviluppato un'analisi più articolata, concentrandosi sul personaggio di Adeline e sul suo rapporto con Ed. La rivista ha descritto come il personaggio rappresenti "un precursore delle orde che accorrono verso Ed una volta diventato una celebrità", stabilendo un parallelo inquietante con il pubblico contemporaneo del true crime.

Tuttavia, molti spettatori hanno difeso la serie sui social e nelle recensioni online. Un utente di Rotten Tomatoes ha elogiato la performance di Hunnam, descrivendo come abbia "evocato molte emozioni: antipatia, odio, frustrazione e alla fine pietà". Altri hanno apprezzato l'approccio "coraggioso e straziante" nell'esplorare un essere umano spezzato nei suoi momenti più bui.

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