Nel settembre del 1943, all'ospedale Fatebenefratelli dell'Isola Tiberina a Roma, il professor Adriano Ossicini e il direttore Giovanni Borromeo inventarono il "Morbo K", una malattia fittizia e altamente contagiosa che salvò un centinaio di ebrei dalla deportazione nazista. Una storia pressoché sconosciuta che oggi arriva sul piccolo schermo con la miniserie Morbo K - Chi salva una vita, interpretata da Vincenzo Ferrera nei panni del professor Prati. "È una storia che non si è mai saputa e non si è mai studiata da nessuna parte", rivela l'attore che, dopo il successo dirompente di Mare fuori, si ritrova finalmente nel ruolo di protagonista assoluto.
Per vestire i panni del direttore dell'ospedale che orchestrò questo incredibile stratagemma, Ferrera ha dovuto affrontare una trasformazione fisica importante: dieci chili in più e una "panza bestiale", come la definisce lui stesso. "Essendo un gran divoratore di junk food, il problema non è stato tanto prendere chili quanto perderli", confessa con ironia l'attore napoletano. Ma la sfida fisica era necessaria per rendere giustizia a un personaggio che considera fondamentale: "Di fatto è lo Schindler italiano, un uomo che non viene quasi mai nominato ma che ha salvato un centinaio di vite".
La scoperta di questa pagina poco conosciuta della Resistenza italiana è arrivata per Ferrera proprio grazie alla proposta della miniserie. "Prima non conoscevo nulla di questa vicenda", ammette, sottolineando l'importanza di raccontare finalmente una storia a lieto fine sull'Olocausto. "I film sulla Shoah conservano sempre un finale tragico, ma sono contento che Morbo K racconti un'altra faccia della medaglia: la salvezza e la possibilità di vivere la propria vita dopo gli orrori della guerra".
A 52 anni, Vincenzo Ferrera si gode con lucidità un successo arrivato più tardi rispetto a molti colleghi. Il grande pubblico lo ha scoperto solo a 48 anni con Mare fuori, dopo trent'anni di gavetta teatrale. "Da una parte è stato un bene perché mi ha protetto da tutti quei problemi psicologici che il successo può portare", riflette l'attore, che oggi può finalmente permettersi il lusso di scegliere i progetti. "Dalla mia umile paga teatrale sono passato a introiti più importanti che mi permettono non solo di vivere sereno ma anche di poter scegliere i progetti che mi vengono proposti".
Dopo Mare fuori, Ferrera ha collezionato ruoli in fiction di grande impatto come Belcanto, Per Elisa - Il caso Claps e la commedia Se fossi te. Una varietà di registri che l'attore rivendica con orgoglio: "Passare da una commedia come Se fossi te a un progetto più complesso come Morbo K è stimolante sia per me che ci lavoro che per chi mi guarda. Mi piacerebbe che la gente pensasse che sono capace di prendermi sulle spalle anche un protagonista".
Ma dietro il professionista che si autoblinda emotivamente per proteggersi dalle inevitabili altalene della carriera, emerge un uomo che fa i conti con fragilità profonde. "Ho sempre avuto un forte desiderio di affetto da quando riesco a ricordare", confessa Ferrera, che da due anni e mezzo affronta un percorso di analisi. La perdita di entrambi i genitori nell'ultimo anno ha amplificato quella "mancanza affettiva" che l'attore riconosce di aver sempre sentito. "Non poter più dire la parola 'mamma' o 'papà' rivolgendoti a qualcuno" è il vuoto più grande che gli resta.
Padre di un figlio che sta per compiere 18 anni, Ferrera non nasconde i sensi di colpa di chi ha dovuto sacrificare tempo in famiglia per costruirsi una carriera. "Purtroppo noi attori cerchiamo di lavorare il più possibile e questo ci porta inevitabilmente a perderci qualcosa", ammette, respingendo però la retorica consolatoria sulla qualità del tempo versus la quantità. "È una frase sbagliata quella che dice che la qualità sia più importante della quantità: è un modo per discolparsi", dice con disarmante onestà, esprimendo la speranza che il figlio non debba un giorno raccontare a uno psicologo "quanto sia mancata la figura paterna nella sua vita".
Quanto alla vita privata e alla relazione con Katia Follesa di cui hanno parlato i media negli ultimi mesi, Ferrera tira una linea netta: "È giusto che, indipendentemente dal lavoro che faccio, la mia vita privata resti tale". Sull'amore a 52 anni, però, si concede una riflessione: "Ha una consapevolezza e una maturità diversa. Non hai più l'entusiasmo e le insicurezze dei ventenni, anche se è sempre bello portare con sé un po' di disincanto e continuare a sognare".
Con Morbo K - Chi salva una vita, Vincenzo Ferrera porta sullo schermo non solo una storia di coraggio dimenticata, ma anche la maturità di un attore che ha imparato a trasformarsi senza paura, ad accettare il peso degli anni ("Cosa ci sia da festeggiare quando arriva un compleanno?") e a convivere con le proprie fragilità. La morte e la solitudine restano le sue paure più grandi, ma l'attore sa come esorcizzarle: "Sforzandosi di rivolgere lo sguardo a quello che ci circonda".
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