Sì, 127 ore è una storia vera. Il film racconta l’incidente vissuto da Aron Ralston, alpinista esperto di ventisette anni, nel Bluejohn Canyon il 26 aprile 2003. Durante una discesa, un masso di arenaria di circa 360 chilogrammi ruotò e gli bloccò la mano e l’avambraccio destri contro la parete della stretta gola.
Ralston era partito da solo e non aveva comunicato a nessuno la destinazione né l’orario previsto per il rientro. Immobilizzato in piedi e privo di un mezzo funzionante per chiedere aiuto, razionò acqua e cibo, registrò messaggi per la famiglia e tentò di liberarsi usando corde e attrezzi. Il 1º maggio comprese che poteva spezzare radio e ulna facendo leva sul braccio, quindi amputò l’avambraccio con la lama usurata di un utensile multifunzione. Dopo una discesa in corda doppia e una marcia di diverse miglia incontrò la famiglia Meijer. Un elicottero già impegnato nelle ricerche lo recuperò verso le 15.
La giornata nel Bluejohn Canyon
Il 25 aprile 2003 Ralston percorse in bicicletta lo Slickrock Trail, vicino a Moab, e dormì al punto di accesso di Horseshoe Canyon. La mattina seguente partì per un itinerario giornaliero in bicicletta e a piedi. Portava acqua, due burrito, alcune barrette, attrezzatura da corda, una macchina fotografica e una videocamera.
Da mezzogiorno camminò per circa due ore e mezza con Megan McBride e Kristi Moore, incontrate nel ramo principale del Bluejohn Canyon. Le due escursioniste risalirono poi il ramo occidentale, mentre lui proseguì da solo. Tra le 14:45 e le 15 affrontò una discesa in una gola larga circa 90 centimetri. Un masso incastrato si mosse e cadde insieme a lui. Ralston sottrasse la mano sinistra, mentre la destra rimase schiacciata contro la parete. Il punto dell’incidente si trovava su terre federali adiacenti al Maze District di Canyonlands, fuori dal parco nazionale.
I tentativi di liberarsi
Ralston rimase immobilizzato in posizione eretta. Provò subito a spostare il masso con la forza, poi cercò di scheggiarlo usando il proprio utensile multifunzione. Costruì anche sistemi di carrucole con le corde disponibili, arrivando a un rapporto di cinque a uno, senza ottenere alcun movimento. L’imbracatura gli permise di sostenere parte del peso del corpo durante l’attesa.
Al momento dell’incidente aveva circa un litro d’acqua, due burrito e pochi resti delle barrette già consumate. Razionò queste risorse e registrò con la videocamera un diario di circa un’ora, insieme a messaggi d’addio destinati alla famiglia. La mattina del 29 aprile terminò l’acqua e in seguito bevve la propria urina. Preparò un laccio emostatico e tentò di tagliare il braccio, ma la lama economica e fortemente usurata faticava a incidere la pelle e non poteva recidere le ossa.
L’amputazione e la fuga
La mattina del 1º maggio Ralston capì che il masso poteva diventare un punto di leva. Piegò il braccio bloccato fino a spezzare radio e ulna, rendendo possibile l’amputazione. Con il coltello dell’utensile multifunzione recise pelle, muscoli, vasi e nervi. L’operazione durò circa un’ora, mentre l’intera liberazione occupò buona parte della mattina.
Dopo aver applicato il laccio emostatico e prestato a sé stesso il primo soccorso, avanzò nella strettoia e compì una discesa in corda doppia di circa 20 metri. Bevve da una pozza e camminò per diverse miglia verso Horseshoe Canyon. Lungo il percorso incontrò i turisti olandesi Eric e Monique Meijer con il figlio Andy. La famiglia gli diede acqua, due biscotti e assistenza, contribuendo a richiamare l’attenzione dell’elicottero. Verso le 15 il velivolo della Utah Public Safety individuò il gruppo e trasportò Ralston all’ospedale di Moab.
Le ricerche e il ritorno in montagna
Il recupero avvenne mentre era già in corso una ricerca coordinata. Dopo due assenze consecutive dal lavoro, amici e colleghi avevano denunciato la scomparsa. La polizia di Aspen aveva ricostruito gli ultimi acquisti di Ralston e indirizzato le operazioni verso lo Utah. Il suo veicolo era stato individuato e più enti stavano partecipando alle ricerche.
Dopo il primo ricovero a Moab, Ralston fu trasferito a Grand Junction e sottoposto alle cure chirurgiche necessarie. I medici stabilirono che i danni ai tessuti e alla circolazione avevano reso impossibile salvare la mano e l’avambraccio fin dal momento dell’incidente. Il 4 maggio una squadra recuperò l’arto usando un paranco e un martinetto. Dopo la convalescenza Ralston adottò protesi adatte anche all’arrampicata, tornò in montagna e completò il progetto di salire in solitaria e in inverno le cime del Colorado superiori a 14.000 piedi.
Quanto è fedele il film alla realtà
127 ore conserva con precisione la dinamica centrale: la partenza solitaria senza itinerario comunicato, il masso, i tentativi con corde e utensili, il razionamento delle risorse, l’urina bevuta e i messaggi registrati. Anche la visione di un futuro figlio, la frattura volontaria delle ossa e l’amputazione derivano dall’esperienza reale.
Il film introduce alcune modifiche. La piscina e i tuffi con Kristi e Megan sono stati creati per la storia, così come l’intervista immaginaria davanti a un pubblico e la fantasia della piena nel canyon. I ricordi della relazione con Rana ricevono più spazio rispetto ai pensieri documentati, rivolti soprattutto ai familiari. L’amputazione, durata circa un’ora, e la successiva fuga vengono condensate. Anche le ricerche restano sullo sfondo, benché l’elicottero stesse cercando attivamente Ralston quando individuò la famiglia Meijer.
Domande frequenti
127 ore è una storia vera?
Sì. Il film ricostruisce l’incidente realmente vissuto da Aron Ralston nel Bluejohn Canyon tra il 26 aprile e il 1º maggio 2003.
Cosa è successo davvero ad Aron Ralston?
Un masso di circa 360 chilogrammi gli bloccò la mano e l’avambraccio destri contro la parete del canyon. Dopo giorni trascorsi razionando acqua e cibo e tentando di spostare il masso, Ralston spezzò radio e ulna e si amputò l’avambraccio con un utensile multifunzione.
Come è andata a finire?
Ralston uscì dalla strettoia, scese in corda doppia e camminò per diverse miglia. Eric, Monique e Andy Meijer gli prestarono aiuto; verso le 15 un elicottero impegnato nelle ricerche lo trasportò all’ospedale. Dopo le cure tornò all’alpinismo usando protesi adatte anche all’arrampicata.
Immagine e dati sul film forniti da TMDB. Questo contenuto utilizza le API di TMDB, che non lo approva né lo certifica.