La grande fuga è una storia vera? La vicenda reale

Il film nasce dall’evasione di 76 alleati dallo Stalag Luft III e trasforma protagonisti e fughe.

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Autore: Redazione ,

Sì: alla base di La grande fuga c’è l’evasione reale di 76 prigionieri alleati dallo Stalag Luft III, mentre i protagonisti compositi, il personaggio di Hilts e l’aereo rubato appartengono alla rielaborazione cinematografica.

Il nucleo storico è l’operazione organizzata da Roger Bushell, il vero «Big X», nel campo per aviatori alleati presso Sagan, oggi Żagań, in Polonia. Circa 600 prigionieri parteciparono a un lavoro clandestino durato quasi un anno: scavarono i tunnel «Tom», «Dick» e «Harry», dispersero la sabbia, costruirono impianti di ventilazione e illuminazione, modificarono abiti e prepararono mappe, bussole e documenti falsi. Nella notte tra il 24 e il 25 marzo 1944, soltanto 76 dei 200 uomini selezionati riuscirono a uscire. Settantatré furono catturati, 50 vennero assassinati dalla Gestapo per ordine di Hitler e tre raggiunsero la libertà. Dietro l’avventura del film resta quindi una vicenda collettiva segnata da preparazione, freddo, paura e da un crimine di guerra.

Un campo costruito contro le evasioni

Lo Stalag Luft III aprì nel marzo 1942 presso Sagan, nella Germania nazista. Era amministrato dalla Luftwaffe e ospitava soprattutto ufficiali delle forze aeree britanniche, del Commonwealth e di altri paesi alleati. Il terreno sabbioso, le baracche rialzate e i sistemi di sorveglianza erano stati concepiti per rendere particolarmente difficile lo scavo di tunnel.

Nel nuovo settore nord, tra la fine di marzo e l’aprile 1943, Roger Bushell organizzò un progetto di evasione di massa. Ufficiale della RAF e «Big X» del campo, coordinò una struttura clandestina con compiti distinti e avviò contemporaneamente tre gallerie: «Tom», «Dick» e «Harry». Il piano coinvolse circa 600 prigionieri. Gli statunitensi parteciparono alle prime fasi, poi furono trasferiti nel settore sud nell’ottobre 1943 e nessuno di loro prese parte materialmente alla fuga.

Il lavoro nascosto di seicento uomini

La preparazione proseguì dalla primavera del 1943 al marzo 1944. Wally Floody, ufficiale canadese con esperienza mineraria, guidò la progettazione e lo scavo. Le gallerie disponevano di armature in legno, ventilazione artigianale, illuminazione elettrica, piccoli carrelli su rotaie e stazioni intermedie. La sabbia estratta veniva nascosta in sacche interne ai pantaloni e dispersa camminando nel campo: gli addetti a questo compito erano chiamati «pinguini».

Altri gruppi produssero migliaia di mappe e documenti falsi, modificarono abiti e prepararono denaro, razioni e bussole. Nel settembre 1943 i tedeschi scoprirono e distrussero «Tom». «Dick», ormai inadatto come via di fuga, servì anche da deposito. Tutto il lavoro si concentrò quindi su «Harry», completato sotto la baracca 104: era lungo circa 110 metri, profondo circa 8,5 metri e destinato ai 200 uomini scelti per partire.

La notte dell’evasione

La sera del 24 marzo 1944, tra le 22:15 e le 22:30, Lester Bull aprì il pozzo d’uscita di «Harry». La prima sorpresa fu grave: il tunnel terminava prima della linea degli alberi. Gli uomini dovevano emergere allo scoperto e attraversare un tratto sorvegliato. Una corda consentì di segnalare dal bosco il momento sicuro per muoversi.

L’uscita procedette molto più lentamente del previsto. Crolli di sabbia e bagagli ingombranti ostacolarono il passaggio nella galleria. Il freddo era intenso, la neve copriva il terreno e un allarme aereo provocò lo spegnimento temporaneo dell’illuminazione del campo e del tunnel. Intorno alle 05:00 del 25 marzo una sentinella individuò le tracce nella neve e diede l’allarme. A quel punto erano usciti 76 uomini, molto meno dei 200 selezionati. La ricerca coinvolse polizia, Gestapo, forze armate e altre strutture del regime nazista.

Tre liberi e cinquanta assassinati

Tra il 25 e il 28 marzo furono ripresi 73 dei 76 fuggitivi. Soltanto Per Bergsland, Jens Müller e Bram van der Stok raggiunsero la libertà. I norvegesi Bergsland e Müller arrivarono in Svezia. L’olandese van der Stok attraversò Paesi Bassi, Belgio, Francia e Spagna con l’aiuto di reti clandestine, raggiungendo infine la Gran Bretagna.

Per gli altri la conclusione fu tragica. Ventitré tornarono in prigionia. Cinquanta furono selezionati dalle autorità naziste, consegnati alla Gestapo e assassinati tra il 29 marzo e il 13 aprile 1944, generalmente da soli, in coppia o in piccoli gruppi. Tra loro c’era Roger Bushell, ucciso il 29 marzo con Bernard Scheidhauer. La falsa versione tedesca parlò di colpi sparati durante ulteriori tentativi di fuga. Gli omicidi furono un crimine di guerra. Tra il 1947 e il 1948 alcuni responsabili ricevettero condanne a morte o pene detentive nei processi militari britannici di Amburgo.

Quanto è fedele il film alla realtà

Il film conserva numerosi elementi reali: i tunnel «Tom», «Dick» e «Harry», gli impianti sotterranei, i «pinguini», l’uscita prima del bosco, la corda di segnalazione, l’allarme aereo e il bilancio di 76 evasi e tre uomini liberi. Roger Bartlett riproduce da vicino il ruolo di Bushell, pur avendo un nome fittizio.

La sceneggiatura concentra però il lavoro di centinaia di persone in personaggi compositi e assegna ruoli centrali agli statunitensi, assenti dall’evasione. Virgil Hilts, la motocicletta, l’aereo rubato e la cecità di Colin Blythe sono invenzioni. Il piano reale prevedeva 200 partenze anziché 250. Anche l’uccisione dei 50 viene compressa in grandi gruppi, mentre gli assassinii avvennero in luoghi e giorni diversi. Wally Floody, responsabile reale dei tunnel, collaborò al film come consulente tecnico.

Domande frequenti

La grande fuga è una storia vera?

Sì, in parte. Il film deriva dall’evasione reale di 76 prigionieri alleati dallo Stalag Luft III nella notte tra il 24 e il 25 marzo 1944. Molti personaggi e alcune fughe spettacolari sono però fittizi o compositi.

Che cosa è successo davvero durante la grande fuga?

Circa 600 prigionieri prepararono tre tunnel, documenti, mappe, abiti e bussole. Duecento uomini furono scelti per uscire da «Harry», ma difficoltà tecniche, freddo, neve e la scoperta delle tracce fermarono l’operazione dopo la fuga di 76 uomini.

Come è andata a finire la grande fuga?

Settantatré evasi furono catturati. Ventitré tornarono in prigionia e 50 furono assassinati dalla Gestapo per ordine di Hitler. Soltanto i norvegesi Per Bergsland e Jens Müller e l’olandese Bram van der Stok raggiunsero la libertà.

Immagine e dati sul film forniti da TMDB. Questo contenuto utilizza le API di TMDB, che non lo approva né lo certifica.

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