Sì, in parte: alla base di Pearl Harbor ci sono l’attacco giapponese del 7 dicembre 1941 e il raid di Doolittle del 18 aprile 1942, mentre Rafe McCawley, Danny Walker, Evelyn Johnson e il loro triangolo amoroso sono invenzioni. Il film collega così due operazioni storiche distinte attraverso una vicenda privata priva di corrispondenze documentate.
La realtà fu più ampia e tragica. Dopo anni di espansione militare giapponese in Cina e nel Sud-est asiatico, sanzioni economiche e negoziati falliti, sei portaerei raggiunsero segretamente le Hawaii. Da quelle navi decollarono 353 aerei, impiegati in due ondate contro Pearl Harbor e numerosi obiettivi militari di Oahu. In meno di due ore morirono 2.403 persone, altre 1.178 rimasero ferite, 21 unità navali furono affondate o danneggiate e 188 velivoli statunitensi vennero distrutti. Quattro mesi dopo, 16 bombardieri B-25B guidati da James H. Doolittle portarono la guerra sul territorio metropolitano giapponese.
La strada verso il 7 dicembre
Tra il 1937 e il 1941, la guerra condotta dal Giappone in Cina e l’espansione nell’Indocina francese deteriorarono i rapporti con gli Stati Uniti. Washington impose restrizioni commerciali, congelò i beni giapponesi e bloccò di fatto le forniture di petrolio nel 1941. L’embargo aggravò una crisi alimentata anche dalle ambizioni territoriali giapponesi e dal fallimento dei negoziati.
Durante la primavera e l’autunno del 1941, la Marina imperiale preparò il piano proposto dall’ammiraglio Isoroku Yamamoto. L’obiettivo consisteva nel neutralizzare temporaneamente la Flotta statunitense del Pacifico, proteggendo l’occupazione di territori ricchi di risorse nel Sud-est asiatico. Il comando operativo passò al viceammiraglio Chūichi Nagumo. Il 26 novembre, sei portaerei con le rispettive unità di scorta lasciarono segretamente le Curili e seguirono una rotta settentrionale poco trafficata verso le Hawaii.
L’attacco a Oahu
Il 7 dicembre, alle 06:37 circa, la USS Ward individuò e affondò un sommergibile tascabile giapponese vicino all’ingresso di Pearl Harbor. L’episodio non produsse in tempo un allarme generale efficace. Poco prima delle 08:00 arrivò la prima ondata: furono colpiti Pearl Harbor, Battleship Row e gli aeroporti di Ford Island, Kaneohe, Ewa, Hickam, Wheeler e Bellows. La sorpresa tattica risultò sostanzialmente completa.
Verso le 08:10, una bomba penetrò nella USS Arizona e fece esplodere i depositi di munizioni prodieri. Morirono 1.177 membri dell’equipaggio, quasi metà delle vittime complessive. Tra le 08:40 e le 09:45, la seconda ondata attaccò obiettivi ormai allertati. La USS Oklahoma si capovolse; la USS Nevada riuscì a muoversi e fu poi costretta ad arenarsi. Il bilancio finale fu di 2.403 morti, 1.178 feriti, 21 unità navali colpite e 188 aerei statunitensi distrutti.
Una vittoria incompleta
L’attacco causò devastazioni immense, ma lasciò operativi elementi decisivi della base. Le portaerei statunitensi erano assenti dal porto; i depositi di carburante, i cantieri e la base sommergibili rimasero sostanzialmente intatti. Molte delle unità danneggiate furono recuperate e rimesse in servizio. Il Giappone perse 29 aerei e tutti i cinque sommergibili tascabili impiegati.
Durante l’assalto, il comandante della USS West Virginia Mervyn S. Bennion continuò a dirigere la difesa dopo essere stato ferito mortalmente. Doris Miller aiutò a spostarlo, assistette altri feriti e utilizzò una mitragliatrice contraerea senza precedente addestramento. Divenne il primo afroamericano a ricevere la Navy Cross. George Welch e Kenneth Taylor furono tra i pochi piloti capaci di decollare con i loro P-40: combatterono durante l’attacco e ottennero complessivamente sei abbattimenti ufficialmente riconosciuti.
La risposta di Doolittle
L’8 dicembre 1941, Franklin D. Roosevelt pronunciò il discorso sul giorno dell’infamia e il Congresso dichiarò guerra al Giappone. Tra gennaio e marzo 1942, il capitano Francis S. Low concepì l’impiego di bombardieri terrestri da una portaerei. James H. Doolittle sviluppò il piano e addestrò equipaggi volontari provenienti da reparti già dotati di B-25, svolgendo soprattutto a Eglin Field le prove di decollo corto.
Il 2 aprile, la USS Hornet salpò dalla California con 16 B-25B sul ponte e si unì alla forza della USS Enterprise, comandata da William Halsey. Il 18 aprile, dopo l’avvistamento della squadra statunitense, Halsey ordinò il lancio anticipato. Doolittle decollò per primo. I bombardieri colpirono Tokyo e altre città, poi proseguirono separatamente: quindici verso la Cina e uno verso l’Unione Sovietica. Tutti i velivoli andarono perduti. Sette aviatori morirono durante la missione o nella successiva prigionia. I danni materiali furono limitati; l’effetto psicologico e propagandistico fu rilevante.
Quanto è fedele il film alla realtà
Pearl Harbor ricostruisce con sostanziale accuratezza la sorpresa dell’attacco domenicale, le due ondate contro navi e aeroporti, l’esplosione della USS Arizona, il capovolgimento della USS Oklahoma e l’azione di Doris Miller. Alcune immagini modificano distanze, traiettorie e responsabilità individuali: l’eventuale abbattimento attribuito a Miller resta privo di conferma, mentre le imprese aeree di Rafe e Danny richiamano quelle reali di Welch e Taylor.
Il film comprime inoltre oltre quattro mesi di guerra e inserisce piloti da caccia inventati nel raid di Doolittle. Gli equipaggi reali provenivano da reparti di B-25 addestrati insieme. Fu Halsey a ordinare il lancio anticipato; i bombardieri volarono separatamente e produssero danni limitati. Anche la frase del gigante addormentato attribuita a Yamamoto, la scena di Roosevelt in piedi e la morte di Danny sono costruzioni cinematografiche.
Domande frequenti
Pearl Harbor è una storia vera?
Sì, in parte. L’attacco del 7 dicembre 1941 e il raid di Doolittle del 18 aprile 1942 sono eventi reali; Rafe, Danny, Evelyn e il loro triangolo amoroso sono inventati.
Che cosa è successo davvero a Pearl Harbor?
Il 7 dicembre 1941, 353 aerei decollati da sei portaerei giapponesi attaccarono Pearl Harbor e altri obiettivi militari di Oahu in due ondate. Morirono 2.403 persone, 1.178 rimasero ferite, 21 unità navali furono colpite e 188 velivoli statunitensi vennero distrutti.
Come è andata a finire?
Gli Stati Uniti dichiararono guerra al Giappone l’8 dicembre 1941. Il 18 aprile 1942 Doolittle guidò 16 B-25B nel primo bombardamento statunitense sul territorio metropolitano giapponese. I danni materiali furono limitati, tutti i bombardieri andarono perduti e sette aviatori morirono durante la missione o nella successiva prigionia.
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