Alberto Trentini racconta la detenzione in Venezuela

Il cooperante veneziano racconta la prigionia nel carcere di El Rodeo I: 423 giorni senza accuse né processo, vittima del regime di Maduro insieme ad altri detenuti.

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Autore: Redazione ,
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423 giorni di inferno in una cella venezuelana, senza accuse formali, senza processo, senza sapere quando – e se – sarebbe finita. Alberto Trentini, il cooperante veneziano arrestato arbitrariamente dal regime Maduro nel novembre 2024 e liberato solo l'11 gennaio scorso, ha rotto il silenzio nello studio di Che tempo che fa da Fabio Fazio, raccontando per la prima volta i dettagli agghiaccianti della sua prigionia nel famigerato carcere di El Rodeo I. Un accenno di barba, capelli che iniziano a ricrescere e un sorriso ancora fragile: "Credo di stare abbastanza bene. Ho avuto tempo per recuperare l'orientamento", ha esordito l'uomo, ancora visibilmente provato dall'esperienza ma determinato a testimoniare l'orrore vissuto.

La storia di Trentini è quella di un operatore umanitario trasformato in pedina politica. Arrivato in Venezuela il 17 ottobre 2024 per una missione dell'Ong Humanity & Inclusion – organizzazione che porta aiuti alle persone con disabilità – il cooperante veneto è stato fermato il 15 novembre a un posto di blocco sulla strada tra Caracas e Guasdalito. "Sono stato fermato, ho mostrato il passaporto. Li ho visti incuriositi, hanno fatto delle telefonate, dopo un'ora si è presentato il controspionaggio militare", ha ricostruito. Le accuse pretestuose? Terrorismo e sovversione, basate su presunti messaggi contro il governo Maduro trovati nel suo cellulare. La realtà? Un sequestro di Stato orchestrato dal regime.

La rivelazione più scioccante è arrivata quando Trentini ha spiegato di aver preso coscienza della sua vera condizione solo dopo mesi: "All'inizio non sapevo di essere un ostaggio. Verso gennaio dello scorso anno il direttore del carcere ci ha detto senza troppi giri di parole che eravamo delle pedine di scambio". Una verità brutale che ha gettato il cooperante e gli altri detenuti stranieri in uno stato di disperazione totale. "Non sai per cosa e quando verrai scambiato, se la trattativa funzionerà. La sensazione prevalente è la disperazione", ha ammesso con voce rotta.

Le condizioni di detenzione nel Rodeo I erano disumane. Dopo dieci giorni nella "pecera" – lo stanzone del controspionaggio chiamato "acquario" dove i prigionieri stavano seduti su sedie dalle 6 del mattino alle 21:30 – Trentini è stato trasferito in una cella di appena 2x4 metri condivisa con un altro detenuto. "Avevamo una turca che faceva da latrina e da doccia. Cambiavano spesso cella: i cambi come nessuna altra azione venivano giustificati", ha spiegato. Niente libri, divieto di scrivere, persino gli occhiali gli erano stati sequestrati. L'unico svago? Un set di scacchi artigianale regalato da detenuti colombiani, fatto con sapone, carta igienica e fondi di caffè.

Verso gennaio dello scorso anno il direttore del carcere ci ha detto senza troppi giri di parole che eravamo delle pedine di scambio

Il cooperante ha diviso la sua prigionia in due fasi psicologiche distinte. "I primi sei mesi, fino alla breve telefonata con mia madre, è stata durissima. Ero disorientato, i miei pensieri non erano lucidi, pensavo alle trattative, ci inventavamo delle teorie, ci illudevamo". La svolta è arrivata con quella prima chiamata: "Dopo la telefonata con mia madre mi sono tranquillizzato e ho preso il controllo delle mie idee". Una seconda chiamata a fine luglio gli ha rivelato che in Italia si era mobilitata una campagna per la sua liberazione, dandogli nuova speranza. Nel frattempo, i detenuti avevano sviluppato "Radio carcere", un sistema per comunicare tra celle nonostante la sorveglianza costante del personale sempre in passamontagna.

Particolarmente agghiacciante il racconto della sessione con la macchina della verità, condotta due giorni dopo il fermo. "Mi hanno portato in una bella casa di Caracas. Ero in una stanza molto calda dove il funzionario insisteva sul terrorismo, sullo spionaggio, sul fatto che sono laureato in storia", ha ricordato Trentini. "Hai i sensori ovunque, fa molto caldo, cercavano di farci sudare il più possibile, di innervosirci. Stavano cercando di giustificare almeno ai loro occhi la mia detenzione". Un interrogatorio-farsa per costruire una narrazione che legittimasse un sequestro politico.

Alla domanda di Fazio sulle violenze subite, il cooperante ha fatto una distinzione cruciale: "Non ho subito violenze fisiche, però non avere un'assistenza legale, non sapere quando finirà è una violenza psicologica pesante". La tortura mentale includeva false speranze orchestrate ad arte: "Un funzionario disse che doveva preparare le bollette di detenzione dei due italiani. Aspettiamo, speriamo, non succede niente. Ogni volta che ci tagliavano i capelli o ci regalavano un'uniforme nuova pensavamo: è il mio turno". Trentini ha ammesso di aver temuto per la sua vita solo una volta, subito dopo l'arresto: "Mi hanno fatto salire su una camionetta e ho pensato: magari finisce qua. Ho avuto paura di essere torturato, ma non ho più avuto paura di morire dopo".

Un momento cruciale nella cronologia della detenzione è stato il 15 agosto 2025, quando in carcere è trapelata la notizia dell'arrivo della flotta americana. "Era tutto un passaparola, le informazioni erano ingrandite, qualcuno gridava 'una settimana e siamo fuori', c'era un entusiasmo spropositato", ha raccontato. I detenuti si informavano attraverso un programma di propaganda registrato ogni mercoledì che confermava indirettamente gli eventi esterni. La notizia della destituzione di Maduro, invece, è arrivata con giorni di ritardo, ma ha aperto finalmente le porte della libertà: le pressioni sulla nuova premier Delcy Rodriguez hanno portato al rilascio di alcuni prigionieri stranieri detenuti irregolarmente, tra cui Trentini e l'imprenditore torinese Mario Sburlò.

Dopo il trasferimento all'ambasciata italiana a Caracas e il rientro in Italia, Alberto ha potuto finalmente riabbracciare la madre Armanda Colusso, seduta in prima fila durante l'intervista. "Mia madre è una leonessa", ha sorriso il cooperante con evidente commozione. La signora Armanda si è battuta instancabilmente per oltre un anno per riportare a casa il figlio, diventando il volto pubblico di una campagna che ha coinvolto istituzioni, media e società civile.

Ora Trentini sta cercando di ricostruire una parvenza di normalità dopo 423 giorni sottratti alla sua vita. "Ho scelto di trascorrere i primi giorni a casa della mia famiglia materna, ho voluto evitare il clamore. Ho visto mio padre solo per videochiamata. Sono stato con la mia compagna, ho fatto delle belle passeggiate, ho visto la neve in montagna", ha raccontato con un sorriso più sereno. Prima di lasciare lo studio, il cooperante ha voluto esprimere la sua gratitudine: "Starò a casa un bel po'. E voglio dire grazie al Presidente Mattarella, alla società civile, ai giornali, a tutte le persone che hanno lottato per me". Un ringraziamento che testimonia quanto quella mobilitazione collettiva sia stata vitale non solo per la sua liberazione, ma anche per mantenerlo psicologicamente in vita durante quei lunghissimi mesi di isolamento e incertezza.

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