Garlasco, svolta su impronta 33 e dispenser

Nuove analisi sulla "impronta 33" e sul dispenser di sapone sollevano dubbi sulla condanna di Alberto Stasi per l'omicidio di Chiara Poggi del 2007.

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Autore: Redazione ,
Attualità
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Il caso Garlasco torna al centro dell'attenzione con nuove rivelazioni che potrebbero scardinare alcune certezze sulla condanna definitiva di Alberto Stasi per l'omicidio di Chiara Poggi. Oscar Ghizzoni, chimico forense ingaggiato dalla difesa, ha depositato presso la procura di Pavia una consulenza esplosiva che getta nuova luce sulla cosiddetta "impronta 33" e sul discusso dispenser di sapone, elementi cruciali nel processo che ha portato alla condanna dell'ex studente in ingegneria. Le analisi del perito, svolte esclusivamente su materiale fotografico poiché i reperti originali sono andati distrutti, sollevano interrogativi inquietanti sulla ricostruzione del delitto avvenuto nell'agosto 2007.

Durante un'intervista a Quarta Repubblica, Ghizzoni ha svelato dettagli inediti sulla misteriosa impronta 33, quella traccia biologica che secondo i pubblici ministeri potrebbe essere compatibile con il palmo di Andrea Sempio, all'epoca fidanzato di una testimone chiave. "Dagli studi fatti sono emerse informazioni interessanti che abbiamo presentato alla procura e sono attualmente sotto indagine", ha dichiarato il chimico forense, precisando che si tratta di "un'impronta che rappresenta materiale biologico che certamente non è solo sudore o componente sebacea". Una rivelazione che apre scenari completamente nuovi sulla natura di quella traccia e sulla sua possibile correlazione con l'assassino.

Il perito ha confermato di aver messo in relazione questa impronta con la famosa suola a pallini attribuita all'omicida, affermando l'esistenza di "elementi importanti di confronto e di relazione". Ghizzoni ha definito questa parte dell'indagine "molto interessante" e attualmente sotto esame da parte della magistratura pavese, lasciando intendere che potrebbero emergere sviluppi significativi nelle prossime settimane. L'analisi dell'impronta 33 rappresenta uno dei fronti su cui la difesa di Stasi sta puntando per chiedere una revisione del processo.

In un quadratino così piccolo non ci possono essere così tante impronte sovrapposte e colature di sapone

Ma è sul dispenser di sapone che le rivelazioni di Ghizzoni si fanno davvero dirompenti. Nella sentenza di condanna, i giudici hanno ritenuto che l'assassino si fosse lavato accuratamente le mani dopo il delitto, pulendo poi meticolosamente sia il porta sapone che il lavandino per eliminare tracce compromettenti. Sul dispenser erano state rilevate due impronte dell'anulare destro di Stasi, elemento considerato prova della sua colpevolezza. Tuttavia, secondo il chimico forense, quella ricostruzione non regge all'analisi fotografica dei reperti.

"Sul dispenser ci sono sicuramente altre impronte", ha spiegato Ghizzoni, rivelando che nella piccola porzione esaminata dagli investigatori sono stati contati ben nove contatti digitali. "La maggior parte non utili perché poco nette o rovinate, ma questo vuol dire che se si esaminasse tutto il dispenser le impronte rilevate avrebbero potuto essere molte di più", ha aggiunto il perito, sottolineando che di questi nove contatti solo due sono stati confrontati con le impronte di Stasi, mentre altre tracce digitali ben visibili e potenzialmente esaminabili sono state ignorate.

Il dettaglio più clamoroso riguarda però le colature di sapone chiaramente visibili nelle foto del reperto. "Sono state rilevate colature di sapone che sono chiaramente indice del fatto che quella superficie doveva ancora essere sporca", ha dichiarato Ghizzoni, arrivando a una conclusione che mette in discussione l'intera teoria accusatoria: "Da lì abbiamo capito che questo oggetto non poteva essere stato lavato". Secondo il chimico forense, è impossibile che un dispenser accuratamente pulito presenti simultaneamente una tale densità di impronte sovrapposte e residui di sapone colato.

L'analisi si scontra quindi frontalmente con la ricostruzione dei giudici, che avevano ipotizzato una meticolosa opera di pulizia da parte dell'assassino. "Se un dispenser viene lavato, non può esserci così tanta densità di informazione. In un quadratino così piccolo non ci possono essere così tante impronte sovrapposte e colature di sapone. Questo tenderei a escluderlo in modo categorico", ha concluso Ghizzoni con fermezza. La consulenza depositata in procura rappresenta ora un nuovo tassello nella lunga battaglia legale della difesa di Stasi, che da anni insiste sull'innocenza del proprio assistito e sull'esistenza di elementi investigativi trascurati o male interpretati durante le indagini originali sul delitto di Garlasco.

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