John Elkann vende La Stampa, giornalisti in sciopero

John Elkann conferma la cessione del gruppo Gedi entro gennaio 2026, ponendo fine al legame tra la famiglia Agnelli-Elkann e l'editoria italiana.

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Autore: Redazione ,
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La decisione era nell'aria da mesi, tra voci insistenti e smentite ufficiali, ma ora la realtà si è materializzata in tutta la sua durezza per uno dei quotidiani storici del giornalismo italiano. John Elkann ha confermato ufficialmente l'intenzione di cedere l'intero gruppo Gedi, che include non solo La Stampa ma anche La Repubblica, l'Huffington Post, varie testate locali e le emittenti radiofoniche Deejay, Capital e m2o. L'obiettivo dichiarato è completare l'operazione entro gennaio 2026, mettendo fine al legame tra la famiglia Agnelli-Elkann e il mondo dell'editoria.

La notizia è stata comunicata ai vertici sindacali della redazione torinese il 10 dicembre, scatenando una reazione immediata e determinata. I giornalisti de La Stampa hanno proclamato lo stato di assemblea permanente e il giorno successivo il quotidiano non è uscito in edicola, un gesto simbolico che sottolinea la gravità della situazione percepita dalla redazione.

Il quadro che emerge dalle trattative è particolarmente complesso e preoccupante per il futuro della testata torinese. Il gruppo greco Antenna Uno, proprietà della famiglia Kyriakou, dinastia di armatori con orientamento conservatore, rappresenta attualmente il principale acquirente interessato. Tuttavia, secondo le informazioni che trapelano, l'interesse dei potenziali compratori greci si concentra esclusivamente su La Repubblica e sulle radio del gruppo, escludendo deliberatamente La Stampa dall'operazione.

Questa situazione lascia il quotidiano torinese in una posizione di incertezza, con Elkann impegnato nella ricerca frenetica di un acquirente alternativo disposto a rilevare la testata. La fretta che caratterizza questa ricerca alimenta i timori della redazione sulla solidità e sulle garanzie che potrà offrire il futuro proprietario.

In gioco ci sono 150 anni di storia del giornalismo italiano

Particolarmente stridente appare il contrasto tra le rassicurazioni pubbliche del passato recente e le decisioni attuali. Solo dopo l'aggressione alla sede torinese di via Lugaro, Elkann aveva dichiarato con toni enfatici che La Stampa avrebbe continuato a fare giornalismo "con rigore, serietà e indipendenza". Parole che oggi suonano come un'amara ironia alla luce della decisione di disfarsi della testata.

Nel comunicato diffuso dopo l'assemblea, i giornalisti hanno espresso con durezza la loro posizione. L'incontro con i vertici di Gedi viene descritto come "sconcertante, sconfortante e umiliante". La redazione denuncia soprattutto l'assenza totale di garanzie: nessuna certezza sui livelli occupazionali, sulla solidità del potenziale compratore, sul futuro delle infrastrutture digitali e delle produzioni condivise a livello di gruppo.

La questione va oltre gli aspetti economici e contrattuali, toccando l'identità stessa di una testata che ha attraversato centocinquant'anni di storia italiana. Il radicamento territoriale nel tessuto piemontese, combinato con una prospettiva internazionale consolidata nel tempo, rappresenta un patrimonio che i giornalisti ritengono non possa essere "svenduto" o affidato a un acquirente qualsiasi senza le dovute verifiche.

Durante i mesi precedenti l'annuncio ufficiale, mentre le indiscrezioni sulla cessione si moltiplicavano, l'azienda aveva sempre negato l'esistenza di trattative in corso. Questa strategia di smentite sistematiche ha contribuito a creare un clima di sfiducia tra la proprietà e i lavoratori, con Elkann che secondo la redazione ha ripetutamente evitato il confronto diretto richiesto dai giornalisti.

L'operazione prevede una vendita parallela: da un lato il pacchetto principale con Repubblica e le radio verso Antenna Uno, dall'altro La Stampa verso un acquirente ancora da definire. La tempistica serrata di due mesi per chiudere entrambe le transazioni aggiunge ulteriore pressione a una situazione già tesa, lasciando poco spazio per negoziazioni articolate o per costruire solide garanzie sul futuro.

La redazione ha annunciato che metterà in campo "tutte le sue forze per difendersi con ogni mezzo" da quella che considera un'operazione senza precedenti nella storia della testata. La battaglia che si prospetta non riguarda solo la salvaguardia dei posti di lavoro, ma anche la possibilità di continuare a svolgere un giornalismo di qualità, con le risorse e l'autonomia necessarie per mantenere gli standard che hanno caratterizzato la storia del quotidiano.

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