Una notizia che scuote il mondo del lavoro nell'era digitale arriva direttamente dalle aule giudiziarie milanesi: le paghe gestite dagli algoritmi delle grandi piattaforme di food delivery potrebbero essere incostituzionali. A riportarlo è Elena De Vincenzo per il Tg1, che ha passato al vaglio gli atti dell'inchiesta per caporalato che coinvolge oltre 20mila rider e che vede sotto i riflettori della magistratura due colossi del settore: Deliveroo e Glovo-Foodinho. Una vicenda che non riguarda solo il diritto del lavoro, ma interroga l'intera società italiana sul modello economico della gig economy e sul valore reale di chi consegna ogni giorno cibo a domicilio.
Al cuore dell'indagine c'è una tesi giuridica di grande portata, firmata dal pubblico ministero di Milano Paolo Storari: la protezione della dignità dei lavoratori in situazione di debolezza contrattuale non può essere affidata esclusivamente alle logiche del libero mercato. Una posizione che Storari ha riportato integralmente dagli atti del gip Roberto Crepaldi, il quale il 19 febbraio ha disposto l'amministrazione giudiziaria per Glovo-Foodinho, misura che di fatto affida la gestione dell'azienda a un commissario nominato dal tribunale.
Il punto cruciale sollevato dai magistrati, che citano anche precedenti giurisprudenziali a sostegno delle proprie tesi, riguarda una distinzione fondamentale: che si tratti di un lavoratore subordinato con contratto dipendente, oppure di un lavoratore autonomo con partita Iva dotato di caratteristiche di parasubordinazione — categoria nella quale rientrano tipicamente i rider delle consegne — entrambe le figure hanno diritto a una retribuzione pienamente conforme ai dettami della Costituzione italiana.
Il riferimento è diretto all'articolo 36 della Carta costituzionale, che sancisce il diritto a una remunerazione proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro prestato, e in ogni caso sufficiente a garantire al lavoratore e alla sua famiglia una esistenza libera e dignitosa. Un principio che, secondo la procura meneghina, verrebbe sistematicamente aggirato dai meccanismi algoritmici con cui le piattaforme di delivery calcolano e assegnano le tariffe ai propri corrieri.
Il caso sta assumendo una rilevanza che va ben oltre i confini lombardi: l'inchiesta milanese si inserisce in un dibattito europeo sempre più acceso sul futuro della gig economy, su come regolamentare le piattaforme digitali e su chi debba farsi carico della tutela di lavoratori che operano in una zona grigia tra autonomia e dipendenza. La questione dell'algoritmo come "padrone" invisibile che determina compensi e turni è al centro di battaglie legali in tutta Europa, e la posizione della magistratura italiana potrebbe rappresentare un precedente significativo.
Mentre i procedimenti a carico di Deliveroo e Glovo-Foodinho seguono il loro corso, l'attenzione si sposta ora sul Parlamento e sul governo: la sentenza del gip Crepaldi e le argomentazioni del pm Storari rilanciano con forza la necessità di un intervento legislativo organico che definisca una volta per tutte lo status giuridico dei rider e degli altri lavoratori delle piattaforme digitali, ponendo fine a un limbo normativo che, secondo i giudici milanesi, produce conseguenze concretamente incostituzionali.
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