Nuova tecnica crea ovuli da cellule della pelle

Ricercatori dell'Oregon Health and Science University hanno sviluppato la mitomeiosi, una tecnica per creare ovuli maturi da cellule della pelle tramite biopsia cutanea.

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Autore: Redazione ,
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La scienza ha appena fatto un passo che fino a pochi anni fa sarebbe stato relegato alla fantascienza più audace: creare ovuli umani maturi partendo da semplici cellule della pelle. Un team di ricercatori del Centro per la Terapia Genica e Cellulare Embrionale dell'Oregon Health and Science University, guidato dal professor Shoukhrat Mitalipov, ha pubblicato su Nature Communications uno studio rivoluzionario che potrebbe cambiare per sempre il volto della medicina riproduttiva. La tecnica, battezzata mitomeiosi (una fusione tra mitosi e meiosi), rappresenta un traguardo straordinario che unisce biotecnologia avanzata, ingegneria cellulare e la speranza concreta per milioni di persone che affrontano il dramma dell'infertilità.

La ricerca parte da un concetto apparentemente semplice ma tecnicamente complesso: trasformare fibroblasti prelevati dalla pelle attraverso una biopsia cutanea in cellule riproduttive funzionali. Queste cellule somatiche, normalmente specializzate nella produzione di collagene ed elastina nel derma, vengono prima riprogrammate utilizzando i cosiddetti fattori di Yamanaka, quattro geni scoperti dal premio Nobel giapponese Shinya Yamanaka nel 2006. Questi geni riportano le cellule adulte allo stato embrionale, trasformandole in cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC) capaci di differenziarsi in qualsiasi tipo cellulare del corpo umano.

Il processo prosegue con l'esposizione delle iPSC a segnali biochimici che simulano l'ambiente dell'embrione umano, guidandole verso la trasformazione in cellule germinali primordiali (PGC), il primo stadio dello sviluppo degli ovuli. Queste PGC vengono poi trasferite in una coltura tridimensionale che ricrea artificialmente l'ambiente ovarico, completa di ormoni, nutrienti e una matrice extracellulare che permette alle cellule di organizzarsi come in un tessuto reale. Dopo quattro mesi di coltura, i ricercatori hanno ottenuto 82 ovociti, anche se con un problema significativo: contenevano 46 cromosomi invece dei 23 tipici dei gameti.

Siamo riusciti a fare qualcosa che sembrava impossibile

Per superare questo ostacolo cruciale, Mitalipov ha sviluppato appunto la mitomeiosi, un terzo metodo di divisione cellulare che combina elementi della mitosi e della meiosi. Attraverso specifici segnali chimici ed elettrici, le cellule sono state indotte a espellere metà dei loro cromosomi, simulando la meiosi naturale e producendo ovociti pronti per essere fecondati. I risultati della fecondazione sono stati incoraggianti ma ancora problematici: circa il 9% degli embrioni ha raggiunto lo stadio di blastocisti dopo sei giorni, il momento in cui normalmente vengono impiantati durante una fecondazione in vitro. Tuttavia, molti presentavano anomalie genetiche con numeri errati di cromosomi, rendendo impossibile il loro impianto.

Le implicazioni di questa scoperta sono enormi e toccano profondamente la vita di chi combatte contro l'infertilità. In Italia, secondo il rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità del 2023, l'infertilità colpisce circa una coppia su sei, con cause equamente distribuite tra partner maschili e femminili. La tecnica potrebbe rappresentare un'alternativa rivoluzionaria alla fecondazione in vitro per donne che hanno esaurito la propria riserva ovarica a causa dell'età (dopo i 35 anni la capacità riproduttiva diminuisce fisiologicamente), chemioterapia, malattie o anomalie genetiche. Ma lo scenario si estende anche a coppie omosessuali maschili che potrebbero avere figli geneticamente affini.

La fecondazione in vitro attualmente ha un tasso di successo che varia dal 38 al 50% per ciclo, con percentuali che calano drasticamente dopo i 35 anni della donna. Uno dei principali fattori di fallimento è proprio la qualità degli ovuli, che diminuisce con l'età. La possibilità di disporre di una scorta di ovuli generati in laboratorio da cellule della pelle potrebbe aumentare sensibilmente i tassi di successo e permettere a molte più persone di realizzare il sogno della genitorialità.

Secondo l'OMS, si parla di infertilità quando una coppia non riesce a concepire dopo 12-24 mesi di rapporti sessuali non protetti. L'infertilità femminile è spesso causata dall'assenza di gameti funzionali, squilibri ormonali, problemi alle tube di Falloppio, endometriosi, disturbi ovulatori o sindrome dell'ovaio policistico. Quella maschile, che interessa il 7% degli uomini ed è attribuibile al partner maschile nel 50% dei casi di infertilità di coppia, deriva da una ridotta capacità riproduttiva dovuta a insufficiente produzione o anomalie degli spermatozoi, spesso aggravata da fumo, alcol, alimentazione scorretta e stress.

Naturalmente, la prospettiva di creare ovuli da cellule della pelle solleva interrogativi etici complessi e delicati. Chi decide come e quando usare questa tecnologia? Quali sono i limiti morali da rispettare? Come evitare derive eugenetiche? La strada verso l'applicazione clinica richiederà anni di test rigorosi, regolamentazioni internazionali e un dibattito etico approfondito che coinvolga scienziati, bioeticisti, legislatori e società civile. Ma il messaggio della ricerca di Mitalipov è chiaro: la scienza sta riscrivendo le regole della fertilità umana, aprendo scenari che fino a ieri appartenevano al regno dell'impossibile. E forse, un domani non troppo lontano, la vita potrà essere generata non solo dal grembo materno, ma anche da un semplice frammento di pelle.

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