Orlandi: per l'ex procuratore la pista è Roma

L'ex procuratore Giovanni Malerba rivela alla Commissione Bicamerale che dietro la scomparsa di Emanuela Orlandi nel 1983 ci sarebbe la regia diretta del Vaticano.

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Autore: Redazione ,
Attualità
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Una bomba giudiziaria scuote la Commissione Bicamerale d'inchiesta sul caso di Emanuela Orlandi, la cittadina vaticana scomparsa nel nulla il 22 giugno 1983 dopo una lezione di musica: secondo l'ex procuratore Giovanni Malerba, che nel 1997 firmò la requisitoria al termine della prima grande inchiesta giudiziaria dopo quattordici anni di indagini, dietro la sparizione della giovane ci sarebbe la regia diretta del Vaticano. Una convinzione tenuta sotto silenzio per decenni, fino all'audizione del 19 febbraio, quando Malerba ha finalmente deciso di parlare senza filtri davanti ai commissari.

«A suo tempo non lo dissi per evitare querele», ha dichiarato l'ex procuratore, «ma la mia sensazione era che il sequestro fosse maturato in ambiente Oltretevere». Un'affermazione dirompente: con "Oltretevere" si intende inequivocabilmente l'interno delle mura leonine, ovvero il Vaticano stesso. Malerba ha precisato che nel 1997 aveva usato il termine generico "romano" proprio per tutelarsi legalmente, ma oggi non esita a indicare chiaramente dove, a suo avviso, si trovasse la mente del rapimento.

La ricostruzione dell'ex procuratore — le cui dichiarazioni sono state riportate dal Corriere della Sera — delinea uno scenario inquietante: il Vaticano come mandante, la Banda della Magliana come braccio operativo. E a supporto di questa lettura, Malerba rilancia una domanda che continua a non trovare risposta: «C'è sempre la domanda: perché De Pedis è stato sepolto dove è stato sepolto?». Il riferimento è a Enrico De Pedis, boss del fronte testaccino della Banda della Magliana, la cui sepoltura nella basilica di Sant'Apollinare rimane uno degli elementi più enigmatici dell'intera vicenda.

«Lo stallo investigativo era riconducibile anche ai pesanti silenzi di chi ne è stato coinvolto» — Giovanni Malerba, ex procuratore

Quaranta faldoni studiati e riletti: è il lavoro che portò Malerba alle sue conclusioni, le stesse che lo lasciarono con un senso di profonda insoddisfazione al momento della chiusura del fascicolo. Fu lui stesso a chiedere al giudice istruttore Adele Rando di archiviare, pur convinto che la verità fosse ancora sepolta sotto strati di reticenze e depistaggi. «Mi è rimasto l'amaro in bocca, ed è stata l'unica volta», ha confessato ai commissari.

Al centro della sua analisi c'è la questione dei depistaggi, che in 43 anni hanno inquinato sistematicamente le indagini. I cosiddetti "telefonisti" — l'Amerikano, Mario e Pierluigi — rivendicarono contatti o incontri con la ragazza, ma nessuno riuscì mai a dimostrare concretamente l'esistenza in vita dell'ostaggio. Per Malerba si tratta di «tutta la trama di un'operazione di depistaggio mirata a inquinare il quadro probatorio e a sviare gli inquirenti dalla individuazione dei responsabili e del reale movente del sequestro». Lo stesso destino toccò alle piste dei Lupi Grigi e del fronte Turkesh, tutte rivelatesi vicoli ciechi costruiti ad arte. Malerba ha inoltre sottolineato la professionalità dei sequestratori: le indagini avevano già escluso che si trattasse di «sprovveduti o delinquenti comuni».

L'ex procuratore ha aggiunto un elemento ulteriore che allarga il perimetro del mistero: a suo avviso, il caso Orlandi condividerebbe la stessa regia con la sparizione di Mirella Gregori, scomparsa appena un mese prima, il 7 maggio 1983. Due ragazze, due destini paralleli, un unico filo invisibile.

Mentre la storia giudiziaria si arricchisce di nuove dichiarazioni, sul fronte investigativo rimane aperto lo scenario della Casa del Jazz, la struttura romana all'interno della quale gli inquirenti avrebbero individuato un punto di accesso ai sotterranei. L'ostacolo è una struttura in cemento che, una volta abbattuta con la necessaria autorizzazione, potrebbe aprire l'accesso a una galleria sotterranea. Giovedì scorso, davanti all'ingresso della Casa del Jazz, erano presenti Pietro Orlandi, fratello di Emanuela e instancabile paladino della verità, e Lorenzo Adinolfi, figlio del giudice Paolo Adinolfi: la loro presenza simbolica testimonia quanto quella struttura di cemento possa custodire risposte attese da oltre quattro decenni.

La Commissione Bicamerale d'inchiesta continua il proprio lavoro tra audizioni sempre più rilevanti e sviluppi sul campo: il caso Orlandi, lungi dall'essere sepolto nei faldoni della storia, si conferma come una delle ferite aperte più profonde della recente storia italiana, con ramificazioni che toccano i vertici di istituzioni che vanno ben oltre i confini dello Stato.

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