Il dibattito sul rapporto tra Radiohead e Israele torna a infiammarsi in vista del tour europeo della band, con Thom Yorke che per la prima volta dichiara apertamente che oggi non suonerebbe più nello stato ebraico. In un'intervista al Sunday Times Magazine, il frontman della leggendaria band britannica ha tagliato corto: "Assolutamente no. Non vorrei trovarmi neanche a 5.000 miglia di distanza dal regime di Netanyahu", riferendosi al governo del primo ministro Benjamin Netanyahu. Una presa di posizione netta che segna un'apparente inversione di rotta rispetto al 2017, quando i Radiohead sfidarono le proteste degli attivisti pro-Palestina esibendosi a Tel Aviv.
La questione diventa ancora più delicata considerando che la band si prepara a tornare sul palco il prossimo mese per la prima serie di concerti dopo sette anni di pausa, con 20 date in cinque città europee. Ancora prima dell'annuncio ufficiale del tour, la Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel aveva già lanciato un appello al boicottaggio, puntando il dito contro Jonny Greenwood, chitarrista del gruppo, per la sua esibizione a Tel Aviv nel 2024. Il musicista, sposato con un'artista israeliana, collabora da anni con il rocker di origini israeliane Dudu Tassa e ha sempre difeso il suo diritto a lavorare con artisti arabi ed ebrei.
La controversia affonda le radici nel tour mondiale di A Moon Shaped Pool (2016-2018), quando la decisione di suonare in Israele scatenò durissime critiche. Tra i detrattori più vocali figurava il regista britannico Ken Loach, al quale Yorke rispose all'epoca con un messaggio su X che sarebbe diventato celebre: "Suonare in un paese non equivale ad appoggiarne il governo. Suoniamo in Israele da oltre 20 anni sotto governi diversi, alcuni più liberali di altri. Come facciamo in America. Non appoggiamo Netanyahu più di quanto appoggiassimo Trump, ma continuiamo a suonare in America".
Nell'intervista al Sunday Times, però, emergono segnali di ripensamento. Yorke ha ammesso di essere rimasto "inorridito" quando, dopo il concerto del 2017, un israeliano "chiaramente ben collegato ai piani alti" si presentò in hotel per ringraziarli dell'esibizione. Un episodio che sembra aver lasciato il segno nel leader dei Radiohead, band che con capolavori come OK Computer e Kid A ha ridefinito il rock alternativo raggiungendo ripetutamente la vetta delle classifiche britanniche.
La posizione della band su Israele ha continuato a perseguitare i suoi membri negli anni successivi. Nel 2024, un episodio particolarmente teso ha visto Yorke abbandonare brevemente il palco durante un concerto solista a Melbourne, in Australia, dopo che un contestatore pro-palestinese gli aveva urlato: "Quanti bambini morti ci vorranno perché tu condanni il genocidio a Gaza?". Il cantante rilasciò successivamente una dichiarazione in cui si disse "scioccato che il mio presunto silenzio venisse interpretato come complicità", definendo Netanyahu e la sua amministrazione "estremisti che devono essere fermati".
Yorke in passato aveva criticato aspramente il movimento BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) pro-Palestina, definendolo "estremamente paternalistico" e "offensivo". Greenwood, dal canto suo, ha dichiarato al Sunday Times di trascorrere molto tempo in Israele con la famiglia e di non vergognarsi "di lavorare con musicisti arabi ed ebrei". Nel 2024, il chitarrista ha persino partecipato alle proteste in Israele per chiedere la rimozione di Netanyahu, dimostrando una posizione più sfumata di quanto i critici vogliano riconoscere.
L'intervista è stata realizzata prima dell'accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas raggiunto questo mese, ma le parole di Yorke riflettono un cambio di clima evidente. Resta da vedere se questa nuova posizione del frontman influenzerà le future scelte della band o se il dibattito continuerà a dividere fan e attivisti, in un intreccio complesso tra arte, politica e responsabilità sociale che da anni caratterizza il rapporto tra il mondo dello spettacolo e il conflitto israelo-palestinese.
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