Tumore al seno: arriva la svolta miniinvasiva

Nuove tecniche endoscopiche permettono di rimuovere la ghiandola mammaria con incisioni di soli 3-4 centimetri, riducendo l'impatto fisico e psicologico.

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Autore: Redazione ,
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La chirurgia del seno sta vivendo una rivoluzione silenziosa ma dirompente. Per la prima volta, tecniche endoscopiche finora impensabili per la mammella diventano realtà, permettendo di asportare l'intera ghiandola mammaria attraverso incisioni di appena 3-4 centimetri, nascoste nel solco sottomammario o nell'ascella. Una svolta che rappresenta l'ultimo capitolo di decenni di evoluzione chirurgica, dalla demolitiva mastectomia radicale alle tecniche conservative moderne, con un obiettivo costante: ridurre l'impatto fisico e psicologico senza compromettere l'efficacia oncologica. A guidare questa innovazione in Italia è il professor Oreste Gentilini, primario di Chirurgia della Mammella e responsabile della Breast Unit dell'IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.

La sfida tecnica appariva insormontabile fino a poco tempo fa. A differenza di organi cavi come l'addome, dove la chirurgia endoscopica si è affermata da anni sfruttando spazi naturali, la mammella non offriva alcuno spazio per manovrare telecamere e strumenti. La soluzione è arrivata grazie a un dispositivo chiamato single port, che consente un unico accesso per camera e strumenti chirurgici, e alla creazione di una "cavità virtuale" temporanea. Insufflando anidride carbonica, la mammella viene trasformata in uno spazio operabile dove eseguire una mastectomia completa attraverso un'incisione minuscola, praticamente invisibile una volta guarita.

Il vantaggio estetico è straordinario, ma non è solo una questione di apparenza. Come spiega Gentilini, ridurre l'impatto visivo dell'intervento significa ridurre anche il trauma legato alla percezione del proprio corpo. Dalla stessa piccola incisione è possibile inserire direttamente la protesi per la ricostruzione mammaria, offrendo alle pazienti il miglior risultato cosmetico possibile in un'unica seduta. Il decorso post-operatorio risulta generalmente più favorevole rispetto alla chirurgia tradizionale, con meno trauma chirurgico complessivo.

Se riuscissimo a preservare la sensibilità mammaria in misura maggiore rispetto alla mastectomia tradizionale, sarebbe un risultato estremamente rilevante

Dati preliminari suggeriscono che questa tecnica potrebbe preservare meglio la sensibilità della mammella, un aspetto che nella mastectomia tradizionale va quasi sempre perduto. Si tratta di risultati iniziali che necessitano conferme, ma che aprono prospettive significative per la qualità di vita delle pazienti. L'intervento endoscopico trova applicazione ideale in due condizioni principali: presenza di neoplasia mammaria o scelta profilattica in donne portatrici di mutazioni genetiche ad alto rischio come BRCA1 e BRCA2.

Non esistono controindicazioni oncologiche specifiche: le indicazioni dipendono principalmente dalla conformazione fisica. La tecnica funziona ottimalmente in donne con seni di dimensioni medio-piccole e senza marcata ptosi, ovvero senza rilassamento eccessivo della ghiandola. Con seni molto voluminosi o scesi, spesso servono procedure oncoplastiche aggiuntive che riducono il vantaggio complessivo. L'età, invece, non rappresenta alcun limite: l'intervento è eseguibile a vent'anni come dopo la menopausa, benché nelle donne più giovani la conformazione mammaria risulti generalmente più favorevole.

Il punto cruciale che Gentilini tiene a sottolineare riguarda l'efficacia oncologica: questa tecnica non modifica assolutamente i risultati dal punto di vista prognostico. L'intervento rimane identico nella sua radicalità, cambia solo la modalità esecutiva. I tassi di guarigione sono sovrapponibili alla chirurgia tradizionale, perché la guarigione delle pazienti resta l'obiettivo primario e irrinunciabile, prima di qualsiasi considerazione estetica.

L'intervento è già rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale con il normale codice di mastectomia e ricostruzione, senza costi aggiuntivi per le pazienti. Tuttavia, i centri italiani che eseguono questa tecnica con regolarità restano ancora pochi. L'obiettivo è diffonderla progressivamente su tutto il territorio nazionale attraverso programmi di formazione e tutoring. L'esperienza italiana sta già facendo scuola a livello internazionale, con il team del San Raffaele coinvolto in attività di training in diversi Paesi dove la tecnica sta prendendo piede.

Questa innovazione rappresenta l'ultimo step di una lunga de-escalation chirurgica che ha attraversato lo sviluppo della chirurgia oncoplastica, la riduzione della chirurgia linfonodale fino alla sua completa omissione in casi selezionati, e ora approda alla chirurgia mini-invasiva endoscopica. Un percorso evolutivo che ha costantemente bilanciato riduzione dell'invasività e mantenimento dell'efficacia terapeutica, ridefinendo progressivamente gli standard di cura per le donne con tumore al seno o ad alto rischio genetico.

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