Uno scandalo che scuote profondamente le forze dell'ordine veronesi: quattro agenti di polizia della Questura di Verona sono stati rinviati a giudizio con l'accusa di tortura, un reato gravissimo che racconta episodi agghiaccianti avvenuti tra l'estate e l'autunno del 2022 negli uffici scaligeri. Si tratta di un capitolo inquietante di un'inchiesta molto più ampia che ha portato complessivamente a dodici rinvii a giudizio, tre condanne con rito abbreviato e un'assoluzione, gettando un'ombra pesantissima sull'operato di una parte del personale della questura veneta.
Secondo quanto riportato da L'Arena e dal Corriere del Veneto, i quattro poliziotti avrebbero provocato "acute sofferenze" a due uomini fermati nel corso di due distinti episodi. Nel primo caso è imputato un solo agente, mentre nel secondo episodio sono coinvolti gli altri tre colleghi. Le violenze contestate configurano il reato di tortura, una fattispecie normativa introdotta in Italia nel 2017 che prevede pene severissime proprio per punire gli abusi commessi da pubblici ufficiali che approfittano della loro posizione.
Il quadro accusatorio va ben oltre le violenze fisiche. Gli inquirenti hanno contestato anche omissione di atti d'ufficio, omessa denuncia di reato e falso ideologico, quest'ultimo legato all'interruzione sospetta di una perquisizione finalizzata alla ricerca di armi da fuoco: gli agenti avrebbero interrotto le operazioni dopo aver scoperto che l'abitazione da perquisire apparteneva a un loro conoscente. Emerge anche un'accusa di peculato per la sottrazione di 40 euro e due pacchetti di sigarette ai danni di una donna fermata per un controllo, un episodio che aggrava ulteriormente il profilo criminoso delle condotte contestate.
Tre agenti sono finiti a processo per lesioni personali, mentre un quarto collega è già stato condannato a quattro mesi di reclusione con rito abbreviato per lo stesso reato. Il rito alternativo ha riguardato anche altri due poliziotti: uno ha ricevuto una sanzione pecuniaria per omissione, l'altro una pena di cinque mesi e dieci giorni per falso. Una nota parzialmente positiva arriva dall'assoluzione di una poliziotta dall'accusa di falso, con la formula "perché il fatto non costituisce reato".
Davanti al Tribunale di Verona è già in corso un processo nei confronti di due agenti considerati i principali responsabili delle violenze, in quello che rappresenta il primo stralcio dell'inchiesta. Per questo secondo filone processuale, che coinvolge i quattro imputati per tortura e gli altri colleghi per reati minori, l'apertura del dibattimento è stata fissata per l'11 febbraio 2027, una data lontana che testimonia i lunghi tempi della giustizia italiana anche di fronte a vicende di particolare gravità.
La vicenda della Questura di Verona si inserisce in un contesto nazionale che negli ultimi anni ha visto emergere diversi casi di presunte violenze in caserme e commissariati, riaccendendo il dibattito sulla necessità di controlli più stringenti sull'operato delle forze dell'ordine e sull'efficacia della legge sulla tortura. L'esito di questo processo sarà osservato con attenzione non solo nella città scaligera, ma in tutto il Paese, come banco di prova della capacità dello Stato di fare giustizia anche quando gli imputati indossano una divisa.
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