La prima Corte d'assise di Roma ha condannato all'ergastolo Gianluca Molinaro per l'omicidio di Manuela Petrangeli, fisioterapista cinquantunenne uccisa davanti alla clinica in cui lavorava. Il delitto si è consumato in pieno giorno, nel quartiere Portuense della capitale, e rappresenta l'epilogo tragico di anni di violenza psicologica e comportamenti persecutori. La sentenza arriva dopo mesi di udienze che hanno ricostruito nei dettagli il crescendo di ossessione che ha portato al femminicidio.
La pubblica accusa, rappresentata dalla pm Antonella Pandolfi, aveva richiesto l'ergastolo con isolamento diurno di diciotto mesi. Durante la requisitoria del 25 novembre scorso, la magistrata aveva sottolineato come la vita della vittima sia "stata strappata per mano di chi non ha accettato la fine di una relazione, prigioniero di un modello retrogrado e patriarcale che considera la donna proprietà". Le indagini condotte dai carabinieri, coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Cascini, hanno documentato un percorso di violenza sistematica.
L'omicidio risale al 4 luglio 2024, quando poco prima delle quattordici di un giovedì estivo, in via degli Orseolo, Manuela Petrangeli uscì dalla casa di cura Villa Sandra dove lavorava da anni. Si stava dirigendo verso la propria automobile quando fu raggiunta dai colpi di fucile a canne mozze sparati dall'ex compagno. I soccorsi si rivelarono inutili: la donna morì sul colpo davanti alla clinica, a pochi metri dal suo posto di lavoro.
Molinaro, operatore sociosanitario in un centro di riabilitazione, si costituì poco dopo l'aggressione. Fu la sua precedente compagna, madre della sua prima figlia, a convincerlo a consegnarsi alle autorità dopo che l'uomo l'aveva contattata telefonicamente subito dopo aver premuto il grilletto. Ai carabinieri confessò immediatamente il delitto e consegnò l'arma utilizzata.
La ricostruzione processuale ha fatto emergere un quadro inquietante. Per tre anni e mezzo Molinaro aveva coltivato una rabbia cieca e un'ossessione patologica nei confronti dell'ex compagna, madre di suo figlio. La pm Pandolfi ha evidenziato come l'uomo avesse pianificato "in modo freddo e lucido l'eliminazione" di Manuela. I messaggi vocali sequestrati dagli inquirenti hanno costituito prove schiaccianti, rivelando la premeditazione del gesto.
"Quello di Molinaro non è stato un raptus, ma un'esecuzione premeditata. Era la cronaca di una morte annunciata", aveva dichiarato la pubblica accusa durante la requisitoria. L'imputato stesso, secondo quanto emerso dalle indagini, si definiva una "bomba a orologeria" e considerava Manuela un "problema da eliminare". Tre anni e mezzo di minacce, comportamenti persecutori e ossessioni che sono degenerati nel peggiore degli epiloghi possibili.
Non era la prima volta che Molinaro manifestava comportamenti violenti: era già stato accusato di stalking da una precedente partner. Questo elemento ha contribuito a delineare il profilo di un uomo pericoloso, incapace di elaborare la fine delle relazioni sentimentali e prigioniero di una visione possessiva delle donne con cui aveva avuto legami.
A margine della lettura della sentenza, la cognata della vittima ha espresso il dolore della famiglia: "Nessuno ci restituirà Manuela, per noi era la luce. La nostra vita non ha più colori, ed è difficile soprattutto per il bambino, che per noi ormai è tutto". La donna ha descritto la giornata come particolarmente difficile, soprattutto per la presenza dell'imputato in aula. Il figlio della coppia rimane la vittima più fragile di questa tragedia, cresciuto senza madre per la violenza omicida del padre.
Il caso di Manuela Petrangeli si inserisce nella tragica sequenza di femminicidi che continuano a insanguinare l'Italia, omicidi radicati in dinamiche di possesso e controllo che affondano le radici in strutture culturali patriarcali ancora troppo presenti nella società contemporanea. La sentenza di ergastolo rappresenta il massimo riconoscimento della gravità del crimine, ma non restituisce alla famiglia ciò che ha perduto quel giovedì di luglio.
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