Garlasco, Lovati: "Stasi confessò sotto minaccia"

Nuove rivelazioni a Mattino Cinque: l'avvocato Lovati accusa di depistaggi e minacce nelle indagini sulla morte di Chiara Poggi, riportando il caso in tv.

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Autore: Redazione ,
Attualità
3' 23''

Il caso che ha sconvolto l'Italia torna prepotentemente sotto i riflettori con rivelazioni che promettono di riaprire scenari investigativi mai del tutto chiariti. A Mattino Cinque, il delitto di Garlasco è stato al centro di un confronto televisivo che ha fatto emergere particolari inediti e dichiarazioni esplosive, portando alla luce quello che potrebbe essere un clamoroso depistaggio nelle indagini sulla morte di Chiara Poggi. Tra biciclette misteriose trasformate in scarpe, sacchetti di vestiti sospetti e accuse dirette di intimidazioni, la puntata condotta da Federica Panicucci ha riacceso i riflettori su uno dei cold case più controversi della cronaca nera italiana.

L'avvocato Massimo Lovati ha lanciato accuse pesantissime in diretta, affermando senza mezzi termini che Alberto Stasi sarebbe stato costretto a dichiarare di aver trovato il corpo della fidanzata sotto minaccia di morte. Una rivelazione che ha lasciato di stucco non solo la conduttrice ma anche gli ospiti in studio, aprendo uno scenario totalmente diverso rispetto alla narrazione processuale che ha portato alla condcondanna definitiva di Stasi.

Ma è stato il giornalista Gianluca Zanella a far esplodere il caso con un dettaglio che ha dell'incredibile. Parlando della famosa bicicletta nera avvistata dalla signora Bermani nei pressi dell'abitazione dei Poggi il giorno dell'omicidio, Zanella ha rivelato che secondo una testimonianza diretta raccolta dalla sua collaboratrice Florinda Ambrogio, un vigile avrebbe dichiarato che quello che si pensava fosse una bicicletta era in realtà "una grossa scarpa". La reazione di Panicucci è stata di totale incredulità: come può una bicicletta diventare una scarpa negli atti investigativi?

Alberto Stasi ha dichiarato di aver scoperto il cadavere di Chiara Poggi sotto minaccia di morte

Secondo Lovati, questi elementi non sarebbero affatto casuali ma farebbero parte di una strategia precisa di depistaggio orchestrata fin dalle prime ore successive al delitto. L'avvocato ha ribadito la sua teoria, già nota ma mai così nettamente espressa in televisione: l'omicidio sarebbe opera di un sicario legato a un'organizzazione criminale, capace non solo di eseguire l'assassinio ma anche di costruire false piste investigative per incastrare Stasi. "Sia la bicicletta sia i vestiti ritrovati a Zinasco sono tutti elementi di depistaggio diretti contro Alberto Stasi", ha dichiarato con fermezza.

Il confronto si è fatto particolarmente serrato quando Federica Panicucci ha sollevato la questione dello scontrino legato ad Andrea Sempio, elemento che lo stesso Lovati aveva definito un "boomerang". La conduttrice ha incalzato l'ospite chiedendo spiegazioni chiare: se Sempio era davvero sul luogo del delitto e lo scontrino lo prova, perché dovrebbe essere considerato un elemento a suo favore? Lovati ha parlato di "ingenuità di un ragazzo di 19 anni" e di valutazioni fatte a posteriori, ma la Panicucci non si è accontentata di risposte vaghe.

Particolarmente tesa è stata la discussione sul DNA trovato sotto le unghie di Chiara Poggi, elemento considerato dalla procura una delle prove chiave contro Stasi. Lovati lo ha liquidato come "un'altra mistificazione", ma la conduttrice ha fatto notare come questa affermazione contrasti con le evidenze scientifiche acquisite durante il processo. Il clima in studio si è fatto elettrico quando Panicucci ha chiesto all'avvocato quali sarebbero le prove concrete dell'innocenza di Stasi, ottenendo come risposta la rivelazione più scioccante della puntata.

La trasmissione ha messo in luce una serie di anomalie investigative che, se confermate, potrebbero rappresentare una svolta clamorosa. Dal mancato sequestro della bicicletta nera (o scarpa, a seconda delle versioni) alla gestione del sacchetto di vestiti ritrovato a Zinasco, passando per testimonianze mai approfondite adeguatamente, il quadro che emerge è quello di un'indagine che, secondo i critici, avrebbe peccato di superficialità fin dalle prime ore.

La chiusura di Panicucci ha lasciato il segno: "Ci sono allo stato degli atti più indizi contro Andrea Sempio di quanto non ce ne fossero all'epoca per Alberto Stasi". Una frase che sintetizza il paradosso di un caso in cui, a distanza di anni dalla condanna definitiva, continuano ad emergere elementi che alimentano dubbi e interrogativi. Con Stasi che sta scontando la sua pena e il caso formalmente chiuso, queste nuove rivelazioni riaccendono il dibattito su uno dei delitti più discussi della cronaca italiana, lasciando aperta la domanda se la verità giudiziaria coincida davvero con quella fattuale.

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