Il ritorno dall'Isola dei Famosi ha segnato per Mario Adinolfi l'inizio di una battaglia ben più dura di quelle affrontate in Honduras: quella per salvare sua figlia Clara, 15 anni, dall'anoressia. In un lungo e toccante post su Instagram, il giornalista e politico ha condiviso pubblicamente il percorso devastante ma anche la rinascita della ragazza, ricoverata a ottobre e oggi finalmente in ripresa. Una testimonianza cruda che solleva il velo su quella che Adinolfi definisce "la tragedia silenziosa del nostro tempo", capace di mietere trenta volte più vittime della droga ma circondata da un colpevole silenzio.
Il punto di svolta emotivo arriva il 3 maggio scorso, quando Adinolfi parte per l'Honduras reduce dalla visione di Adolescence, la serie Netflix che racconta il disagio adolescenziale. Una scena in particolare lo colpisce come un pugno allo stomaco: un padre incapace di comprendere e fermare il male che divora il figlio. "Mi sembrava di aver visto in faccia in quella serie la mia condanna all'impotenza rispetto al male che colpiva Clara", confessa. È in quei due mesi lontano da casa che decide di usare l'esperienza televisiva come "scossa tellurica", prima di tutto su se stesso.
La svolta arriva con una frase che diventa mantra quotidiano: "Felicità è la lotta". Adinolfi chiede a Clara di ripeterla insieme a lui, trasformandola in un programma di vita. "Da combattente qual è ha accettato la sfida ed oggi è sorridente al centro del ring", scrive il padre, consapevole però che "non è tutto risolto". Sei mesi dopo quel ricovero di ottobre, però, qualcosa è cambiato: "Tornato dall'Isola siamo riusciti a imprimere una svolta a questa storia che sembrava solo di dolore e ineluttabile condanna".
Il racconto di Adinolfi non risparmia la durezza del percorso. Il 2025 lo definisce "assurdo, terribilmente faticoso", reso possibile solo grazie alla moglie Silvia "che non ha ceduto e ha lottato ogni giorno pur versando ogni lacrima". Lui stesso ha "raccolto mia figlia più volte da terra" per poi caricarla sulle spalle e rialzarla. Un'immagine potente che sintetizza cosa significhi davvero essere genitori di fronte alla malattia mentale di un figlio.
Dal dolore personale nasce un appello pubblico ai milioni di famiglie che affrontano situazioni simili. Adinolfi invita a non negare il problema, a caricarsi il peso senza cercare scorciatoie emotive: "Non siate medici pietosi". Esorta a "fare squadra con professionisti all'altezza che esistono anche nel sistema sanitario pubblico" e, soprattutto, a non arrendersi mai. "Lottate, lottate, lottate", ripete come un comandamento. La resa, quando si tratta di figli, non è un'opzione.
La scelta di condividere pubblicamente questa esperienza nasce da una precisa volontà di rompere il tabù. I disturbi del comportamento alimentare e i disturbi psichici giovanili sono, secondo Adinolfi, la vera emergenza sanitaria contemporanea, eppure "infastidisce e mette paura" parlarne. A ottobre, quando Clara venne ricoverata, aveva già riflettuto su quanto il silenzio attorno a questo tema contribuisca a una "strage" di cui "non si ha consapevolezza".
Il messaggio finale è un invito a recuperare una genitorialità "all'antica, severa e capace di prendere decisioni anche dolorosissime ma necessarie". Solo così, sostiene, si può affrontare la fragilità degli adolescenti di oggi "in cui il mondo, silenziosamente perché sono tabù, rischia di affogare". Le due foto allegate al post mostrano visivamente la trasformazione: da dove sono partiti e dove sono arrivati. Un prima e dopo che testimonia come, anche nelle situazioni più disperate, la lotta possa portare a ritrovare un figlio che sembrava perso.
La testimonianza di Adinolfi arriva in un momento in cui i dati sui disturbi alimentari tra gli adolescenti mostrano cifre allarmanti, con un'impennata post-pandemica che ha saturato i reparti specializzati in tutta Italia. La sua decisione di esporsi pubblicamente, mostrando anche una foto dall'ospedale insieme a Clara, rappresenta un tentativo di normalizzare il dialogo su un tema ancora troppo stigmatizzato, dando voce e speranza a chi combatte battaglie simili nel silenzio delle proprie case.
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