One Punch Man: debutta la terza stagione

La terza stagione di One Punch Man appare malinconica e nostalgica, lontana dallo spirito autoironico e dalla qualità produttiva della prima stagione.

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Autore: Redazione ,
Serie TV
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Quando nel lontano 2013 One Punch Man iniziava a conquistare il cuore dei lettori come webcomic autoprodotto da ONE, pochi avrebbero immaginato che quella parodia geniale dello shounen battle avrebbe raggiunto vette di popolarità planetarie. La successiva collaborazione con il maestro Yusuke Murata ha trasformato quei disegni volutamente grezzi in una delle opere visivamente più spettacolari mai pubblicate su Weekly Shonen Jump, mentre la prima stagione anime realizzata da Madhouse nel 2015 è entrata di diritto nella storia dell'animazione giapponese. Ora, con la terza stagione finalmente disponibile in streaming, la sensazione predominante tra i fan storici è quella di un franchise che insegue disperatamente gli splendori del passato, perdendo lungo la strada proprio quell'identità che lo aveva reso unico.

Il problema fondamentale di questa nuova stagione, affidata nuovamente allo studio J.C. Staff dopo la controversa seconda stagione del 2019, sta nell'approccio produttivo che sembra voler emulare i trend attuali piuttosto che valorizzare le caratteristiche distintive della serie. Gli episodi iniziali mostrano un massiccio utilizzo di effetti digitali stratificati che richiamano immediatamente lo stile di Demon Slayer (Kimetsu no Yaiba), l'anime-fenomeno di Ufotable che ha ridefinito gli standard visivi del settore. Questa scelta stilistica, tuttavia, risulta forzata e posticcia su One Punch Man, trasformando quella che dovrebbe essere un'opera seminale in una pallida imitazione delle nuove tendenze del mercato.

Dal punto di vista dell'animazione pura, J.C. Staff mostra progressi rispetto alla seconda stagione, ma rimane anni luce distante dalla fluidità e dall'energia esplosiva che il team di Madhouse aveva infuso nella prima season. Le scene di dialogo appaiono rigide e prive di vita, mentre le sequenze d'azione, pur tecnicamente competenti, mancano di quel tempismo perfetto e di quella sakuga sfrenata che aveva reso iconici momenti come lo scontro tra Saitama e Boros. È evidente che lo staff attuale non possiede quella "salsa magica" che aveva trasformato la prima stagione in un evento culturale capace di celebrare con ironia e maestria tecnica l'intera tradizione del battle shounen e del tokusatsu.

Siamo passati da un protagonista che letteralmente zittiva i villain quando si dilungavano troppo sui loro drammatici backstory, a un intrigo politico stratificato tra Associazione Eroi e Associazione Mostri che tradisce completamente il tono originale dell'opera

Ma la questione più problematica riguarda la direzione narrativa intrapresa dalla serie. Il manga di Murata, pubblicato sulla piattaforma online di Shueisha, ha progressivamente abbandonato l'approccio parodistico e meta-narrativo che aveva decretato il successo del webcomic originale di ONE. La terza stagione anime riflette questo cambio di rotta, concentrandosi su un conflitto su larga scala tra fazioni opposte, completo di tradimenti interni, sottotrame politiche e dinamiche di potere complesse. Questo tipo di narrazione può funzionare brillantemente in opere come Hunter x Hunter di Yoshihiro Togashi o nel mastodontico worldbuilding di One Piece di Eiichiro Oda, ma risulta profondamente dissonante rispetto all'identità che One Punch Man aveva stabilito nei suoi capitoli iniziali.

Il personaggio di Garou, presentato come controparte filosofica di Saitama, incarna perfettamente questo problema strutturale. Il suo arco narrativo dovrebbe sollevare questioni morali sulla natura degli eroi come strumento di controllo sociale, sul concetto di giustizia e sulla creazione di categorie di "inclusi" ed "esclusi" nella società. Sono tematiche profonde e meritevoli di esplorazione, ma richiedono una scrittura sofisticata e una complessità narrativa che semplicemente non fanno parte del DNA di questa serie. One Punch Man brillava quando decostruiva con intelligenza gli archetipi dello shounen, non quando tentava di diventare essa stessa una di quelle storie epiche che originariamente prendeva in giro.

La sensazione predominante è che questa terza stagione esista principalmente perché il successo commerciale della prima ha reso impossibile non produrre seguito, piuttosto che per una reale necessità narrativa o artistica. Mentre Crunchyroll continua a distribuire gli episodi settimanalmente anche in Italia, i fan storici si chiedono se rivedranno mai quell'equilibrio perfetto tra parodia intelligente, humor precisissimo e spettacolo visivo mozzafiato che aveva definito l'opera alle sue origini. Il franchise che aveva rivoluzionato il genere battle shounen prendendolo bonariamente in giro ora sembra voler essere preso sul serio, perdendo proprio quella consapevolezza autoironica che lo rendeva speciale.

Resta da vedere se gli episodi successivi riusciranno a recuperare parte dell'entusiasmo e dell'expertise che avevano caratterizzato i primi capitoli di questa saga. Per ora, One Punch Man stagione 3 rappresenta un caso di studio melanconico su come anche le proprietà intellettuali più innovative possano perdere la propria identità inseguendo il successo commerciale e le mode passeggere del mercato anime contemporaneo.

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