Carlotta Parodi: "Il dolore può salvare qualcuno"

L'attrice italiana, giurata al Matera Film Festival 2025, si racconta senza filtri: anoressia, attacchi di panico e la ricerca di un amore autentico.

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Autore: Redazione ,
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Quando Carlotta Parodi parla, lo fa senza filtri. E quando racconta il suo percorso, lo fa con una lucidità che disarma. L'attrice italiana, oggi stabilmente negli Stati Uniti, è reduce dal ruolo di giurata al Matera International Film Festival 2025, dove ha condiviso la giuria con nomi come Darko Perić – l'indimenticabile Helsinki de La Casa di Carta – Pippo Mezzapesa e Francesca Rettondini. Ma è lontana dalle luci del red carpet che Carlotta si racconta davvero: in questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, l'attrice ha scelto di aprirsi su temi che vanno ben oltre la professione, parlando di anoressia, attacchi di panico, assenza paterna e della ricerca costante di un amore autentico che, ammette, forse non ha ancora trovato.

In questo momento Carlotta è impegnata nelle prove di Heroes – The Crosses We Bear, un lungometraggio destinato ad Amazon Prime Video e diretto da una regista americana alla sua opera prima. Il film, che verrà girato principalmente a New York con possibili scene a Philadelphia, la vede interpretare Alessandra Russo, un villain complesso e oscuro: una donna a capo di un'organizzazione criminale, senza redenzione né pentimenti. "È un personaggio nello stile di Gomorra", spiega, "una mandante di crimini che non cambia mai. Gli americani associano spesso i personaggi italiani a questo immaginario". Un ruolo che la mette di fronte ai suoi lati d'ombra, quelli che, confessa, le fanno paura.

"I miei lati oscuri, nella vita reale, mi spaventano", racconta. "Quando mi trovo davanti a un personaggio così, la prima reazione è sempre di rifiuto. Poi però cerco di farmeli amici. Ho fatto tredici anni di analisi e certi sentimenti – come la rabbia, l'aggressività – mi fanno ancora paura. Ma se devi interpretare un personaggio simile, devi trovare dentro di te qualcosa che ti consenta di entrare in quella mentalità". Il processo di preparazione negli Stati Uniti è durissimo: settimane di prove, letture a tavolino, esercizi fisici. "Qui non interessa a nessuno se quel personaggio ti mette a disagio: tu sei un professionista, devi affrontarlo. E più riesci a spingerti all'estremo, meglio è".

Non siamo brutte persone, veniamo solo da brutti posti

Parallelamente, Carlotta è finalista al Premio Solinas con Redención, un documentario che racconta la realtà dei canners, i raccoglitori di bottiglie e lattine che vivono recuperando materiali riciclabili per sopravvivere nelle strade di New York. "È una fascia della popolazione invisibile, eppure fondamentale per l'ecosistema urbano", spiega. "Quando abbiamo proposto questo progetto al Premio Solinas, ci è stato detto che una tematica simile non era mai arrivata prima. Forse proprio questo ha fatto la differenza". Il documentario è frutto di quasi tre mesi di ricerca sul campo, interviste e immersione in una realtà sconosciuta in Italia.

Il Premio Crocitti come 'Attrice internazionale in carriera' l'ha riempita di gioia, anche perché condiviso con nomi come Paola Cortellesi, Kim Rossi Stuart e Paolo Conticini. "Essere in quella rosa mi ha fatto davvero piacere", dice. "Ma significa anche che la disciplina e l'impegno che ci ho messo nel lavoro sono riusciti a comunicare qualcosa anche oltre i confini del mio paese". Una carriera costruita con tenacia, ma non senza ostacoli. Anzi: Carlotta è netta quando parla del sistema italiano. "Io in Italia non ci tornerei. Lo dico senza rabbia, ma come constatazione. Ho una fisicità particolare, e questo spesso mi ha penalizzata. Mi sono sentita dire: 'Questo seno è troppo grande', o altri commenti su caratteristiche fisiche che nulla avevano a che fare con il ruolo".

Negli Stati Uniti, invece, ha trovato un ambiente più meritocratico. "Nessuno vuole sapere chi conosci, da dove vieni, se sei raccomandata. Tu vai, fai la tua audizione. Se fai un buon provino, forse riceverai una chiamata. Se no, si passa oltre. È semplice". Ma il merito, per Carlotta, non è solo una questione professionale: è anche personale. "Sono cresciuta solo con mia madre. Mio padre è andato via quando avevo sei anni, ed era tossicodipendente. Da bambina mi chiudevo nella mia cameretta e doppiavo i cartoni animati. Li imparavo a memoria. Quel mondo mi proteggeva, mi dava sicurezza. Non c'erano giudizi, e c'era sempre un lieto fine".

Il rapporto con il corpo è stato uno dei capitoli più dolorosi della sua vita. Carlotta ha sofferto di anoressia per anni, una battaglia che l'ha portata in analisi e che, paradossalmente, l'ha salvata. "Fu quella caduta a salvare tutto il resto. Altrimenti forse avrei fatto scelte molto peggiori". La madre, con le migliori intenzioni, la portava a concorsi di bellezza da bambina. "Io non li volevo fare, ma lei era l'unico genitore che avevo. Cercavo di renderla felice. E da lì è nata una visione distorta di me stessa: dover essere sempre magra, perfetta, amabile". Oggi, anche se è uscita dall'anoressia, il disturbo bussa ancora alla porta. "L'estate scorsa ho provato il digiuno intermittente, che qui va molto di moda. Mi sono resa conto che mi triggerava tantissimo. Ho detto: basta".

Recentemente ha partecipato al ReWriters Fest, curando un panel sulla body positivity insieme a Giovanni Ciacci e allo psichiatra Leonardo Mendolicchio. "Il corpo è troppo spesso oggetto di stigma. Più tempo passo lontana dall'Italia, più quando ci torno sento il peso di quegli sguardi. Qui in America vivo liberamente. In Italia sento di dovermi controllare, vestire in un certo modo". Per Carlotta, parlare di questi temi non è solo militanza, ma necessità. "Sento fortemente il bisogno di parlare di disturbi psichiatrici, perché sono ancora pieni di stigma. Magari per aiutare una ragazzina di 12 anni che si mette le mani in gola, o un bambino di 7 anni che vive un dolore simile al mio".

La ricerca dell'amore, invece, resta un capitolo aperto. "Il mio desiderio di rendere felice mia madre era fame d'amore. Ho cercato spesso l'amore anche in figure sbagliate, finendo per vivere relazioni tossiche. In realtà, credo di aver trovato una forma di amore nella relazione con la mia terapeuta. Lo so, è sbagliato dirlo, ma è la verità. Per 13 anni è stata una figura guida. L'unico adulto che mi ha veramente accompagnata con costanza". E oggi? "Forse sono io a essere respingente. Forse devo ancora curare qualcosa dentro di me. Magari tra un anno le dirò: 'Ho trovato l'amore'".

Carlotta Parodi non sogna l'Oscar. Sogna di essere un essere umano migliore. "Vorrei guarire dagli attacchi di panico. Ne soffro da tempo, e sono devastanti. La prima cosa che ho dovuto fare quando mi sono trasferita in America è stata comprare una macchina, perché non riuscivo a prendere la metropolitana". E poi sogna di scrivere storie che risuonino, che abbiano un senso per chi le guarda. Perché per lei l'arte non è esposizione, ma trasformazione. "Recitare è un modo per trasformare il dolore in qualcosa di utile, di bello. Per me è una questione di sopravvivenza". C'è una frase di Shame che la rappresenta: "Non siamo brutte persone, veniamo solo da brutti posti". E ogni giorno, Carlotta cerca di essere migliore di quel posto da cui proviene.

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