A quasi vent'anni dall'omicidio di Chiara Poggi, il caso di Garlasco torna prepotentemente al centro del dibattito pubblico, alimentato da una nuova indagine della procura di Pavia e da una voce autorevole che non ha mai smesso di far sentire il proprio peso: quella del giudice Stefano Vitelli, l'uomo che nel 2009 assolse Alberto Stasi in primo grado con formula dubitativa. Oggi giudice del tribunale del Riesame di Torino, Vitelli ha deciso di mettere nero su bianco la sua visione dei fatti in un libro dal titolo emblematico: "Il ragionevole dubbio di Garlasco", scritto insieme al giornalista Giuseppe Legato. Una ricostruzione che scuote ancora le coscienze e rilancia interrogativi che evidentemente non trovano risposta definitiva.
Il volume ripercorre con rigore processuale le ragioni che spinsero l'allora giudice per le udienze preliminari di Vigevano ad assolvere Stasi con rito abbreviato, sostenendo che gli elementi raccolti a suo carico non fossero sufficienti a supportare una condanna. Una posizione che Vitelli continua a difendere con la stessa determinazione di allora, portando argomenti precisi e puntuali anche alla luce dei nuovi sviluppi investigativi.
In un'intervista rilasciata a Il Giorno, il magistrato ha puntato il dito su alcune delle criticità strutturali dell'inchiesta originaria: "Ci sono state carenze istruttorie iniziali che probabilmente hanno inciso sull'attività investigativa, che si è concentrata soprattutto su Stasi". Vitelli sottolinea in particolare il ritardo con cui fu verificato l'alibi informatico dell'imputato: il lavoro alla tesi al computer quella mattina fu accertato soltanto un anno e mezzo dopo i fatti, e questo — secondo il giudice — avrebbe potuto cambiare radicalmente il corso delle indagini, allargando il perimetro dei sospettati.
Uno degli elementi più discussi del caso — l'impronta di Alberto Stasi sul dispenser del sapone nel bagno della villetta dei Poggi — viene reinterpretato da Vitelli con una lettura alternativa destinata a far discutere. Il magistrato ricorda che nel lavandino non fu trovata traccia di sangue, nemmeno nello scarico, e ricostruisce la scena della sera precedente: Stasi e Chiara avevano mangiato la pizza insieme, e quella che sembrerebbe una prova a carico si trasforma, nella sua lettura, in un gesto banale e quotidiano. L'impronta, insomma, sarebbe la testimonianza di mani sporcate di pomodoro, non di sangue.
Il principio del ragionevole dubbio — cardine del codice di procedura penale italiano — resta per Vitelli l'unica bussola possibile in un caso dove, a suo avviso, permangono problemi oggettivi di compatibilità temporale tra l'omicidio e la presenza di Stasi sul luogo del delitto, oltre a questioni di natura soggettiva che non avrebbero mai dovuto essere sottovalutate. Argomenti che il giudice porta avanti con la forza di chi quella sentenza l'ha scritta e se ne è assunto la responsabilità davanti all'opinione pubblica.
Con la nuova indagine della procura di Pavia che riapre scenari e interrogativi sul delitto di Garlasco, il libro di Vitelli e Legato si inserisce in un momento di rinnovata attenzione mediatica sul caso. Che la verità processuale definitiva — quella che condannò Stasi in via definitiva — possa essere messa in discussione da nuove acquisizioni investigative è una domanda che milioni di italiani continuano a porsi, rendendo questo caso uno dei più complessi e controversi della cronaca nera nazionale degli ultimi decenni.
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