Una lettera scritta dal carcere, pregna di rimorso ma anche di parole che hanno fatto infuriare la famiglia della vittima: è quella che Carmelo Cinturrino, assistente capo della polizia attualmente detenuto, ha inviato ai parenti di Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso durante un'operazione antidroga nel quartiere di Rogoredo, alla periferia sud-est di Milano. Una vicenda che scuote le istituzioni e riaccende il dibattito sul comportamento delle forze dell'ordine, con risvolti che vanno ben oltre il tragico episodio dell'omicidio.
Nel testo della missiva, Cinturrino si dichiara "triste e pentito" per quanto accaduto, affermando di essersi sentito "disperato" nei momenti immediatamente successivi alla morte del giovane, conosciuto nel quartiere con il soprannome di Zack. La frase che più colpisce è quella in cui il poliziotto scrive che Mansouri "doveva essere in prigione e non morto", un'allusione ai presunti legami della vittima con gli ambienti dello spaccio locale, che suona come un tentativo di giustificazione agli occhi degli inquirenti e della famiglia.
La replica dei familiari di Mansouri non si è fatta attendere ed è stata durissima. Intervistati dall'ANSA, hanno respinto con fermezza il tentativo di Cinturrino di inquadrare l'accaduto come un "errore", sottolineando la differenza sostanziale tra una svista e quello che, secondo le accuse, sarebbe stato un omicidio seguito da un deliberato depistaggio delle indagini. I legali della famiglia hanno poi alzato ulteriormente il tiro: "Se quanto emerge dovesse trovare conferma, crediamo che il signor Cinturrino avrebbe dovuto essere arrestato molto tempo fa e non solo per l'omicidio di Abderrahim."
Le accuse nei confronti di Cinturrino sono gravi e articolate. Oltre all'omicidio di Mansouri — la vittima era disarmata al momento dello sparo, rendendo di fatto insostenibile la tesi della legittima difesa — il poliziotto è indagato per aver orchestrato una vera e propria messa in scena per convincere i colleghi della legittimità del suo gesto. Ma l'inchiesta ha aperto un vaso di Pandora ancora più inquietante.
Diversi colleghi di Cinturrino, alcuni già indagati per favoreggiamento, hanno raccontato agli inquirenti che il poliziotto intratteneva rapporti ambigui con il mondo della droga nella zona del Corvetto: avrebbe estorto denaro — il cosiddetto pizzo — agli spacciatori nordafricani, e al contempo avrebbe protetto quelli italiani dagli arresti. Un sistema di connivenza che, se confermato, delineerebbe un quadro ben più complesso di un singolo episodio di violenza ingiustificata.
Sul fronte istituzionale, nella giornata del 26 febbraio sono stati trasferiti i quattro colleghi di Cinturrino indagati per favoreggiamento: tutti e quattro lasceranno il commissariato di Mecenate, nel sud di Milano, per essere assegnati a incarichi non operativi in commissariati diversi. Una mossa che la procura ha interpretato come segnale di voler procedere con decisione su tutti i fronti dell'inchiesta, non solo sull'omicidio.
Procedono parallelamente anche gli adempimenti disciplinari interni: è in corso l'istruttoria che dovrebbe portare al primo consiglio di disciplina a carico di Cinturrino. Il poliziotto, nella sua lettera, sostiene di essere stato "sempre onesto e servitore dello Stato" e si dice pronto a pagare per le proprie azioni — una dichiarazione che stona fortemente con il quadro emerso dalle indagini e che i legali della famiglia Mansouri considerano del tutto insufficiente rispetto alla gravità dei fatti contestati.
Iscriviti al nostro canale Telegram e rimani aggiornato!