Il caso di Garlasco torna a fare notizia, e questa volta a tenere banco è la testimonianza del carabiniere Roberto Pennini, riportata in primo piano dalla trasmissione Mattino Cinque nella puntata di lunedì 23 febbraio 2026. Al centro del servizio, le dichiarazioni rese da Pennini nella sua deposizione del 2014 riguardo ai misteriosi segni osservati sul braccio sinistro di Alberto Stasi, il giovane condannato per l'omicidio di Chiara Poggi. Una testimonianza che, nel corso degli anni, ha alimentato dibattiti e interpretazioni contrastanti, e che ancora oggi non smette di sollevare domande.
Pennini ha raccontato di essere stato avvisato dal collega Serra prima ancora di avvicinarsi a Stasi: l'altro carabiniere aveva già notato qualcosa di anomalo sul braccio del giovane. Incuriosito dalla segnalazione, Pennini si è avvicinato per osservare meglio: "Ho guardato ed effettivamente c'erano questi due segni", ha dichiarato, descrivendo due tracce visibili nella parte interna del braccio sinistro, sotto il gomito, superiori ai cinque centimetri, dritte e parallele tra loro, con un segno più marcato e uno appena accennato. La carnagione chiara di Stasi, secondo il carabiniere, rendeva queste tracce particolarmente visibili. Un dettaglio che non era passato inosservato: i segni erano privi di croste, il che li faceva apparire recenti.
Ma è nella seconda parte del servizio, nell'intervista condotta dal giornalista Emanuele Canta, che emerge la sfumatura più significativa dell'intera vicenda. Pennini ha voluto tornare sui propri passi per essere più preciso, modificando in parte la terminologia utilizzata in precedenza: "Effettivamente c'erano questi due graffietti, ma arrossamenti più che altro". Il carabiniere ha sottolineato che per vederli aveva dovuto avvicinare gli occhi quasi a trenta centimetri dal braccio, tanto erano piccoli e poco pronunciati.
Una precisazione terminologica che non è di poco conto, soprattutto in un processo così controverso. Pennini ha spiegato la differenza tra i vari verbali: nel primo aveva usato il termine "graffi" perché gli venivano contestati durante l'interrogatorio e perché nel frattempo erano usciti articoli di stampa sull'argomento. Nel secondo verbale aveva invece optato per "arrossamenti", ritenendo quella la descrizione più accurata. In udienza, però, continuavano a interpellarlo usando la parola "graffi", e lui si era adeguato al termine già in uso negli atti.
A complicare ulteriormente il quadro, il carabiniere ha citato la testimonianza dell'autista soccorritore che aveva misurato la pressione a Stasi in quei frangenti concitati: sentito dalla difesa, quest'ultimo aveva dichiarato di non aver notato nessun segno, nessun graffio, nessun arrossamento sul braccio del giovane. Un elemento che introduce un ulteriore elemento di incertezza sulla reale entità e visibilità di quelle tracce cutanee. Pennini ha anche avanzato una sua ipotesi personale sulla possibile origine degli arrossamenti, collegandola allo stato di agitazione di Stasi, che secondo lui si sarebbe toccato e strofinato il braccio ripetutamente per il nervosismo.
La conclusione del carabiniere, tuttavia, è netta e lascia poco spazio a interpretazioni: i segni sul braccio di Stasi, a suo avviso, non avevano alcun collegamento con l'omicidio di Chiara Poggi. Il caso Garlasco continua a essere oggetto di grande attenzione mediatica e giudiziaria, con la vicenda giudiziaria di Alberto Stasi che ha attraversato decenni di udienze, appelli e revisioni processuali. Le testimonianze come quella di Pennini, con le loro sfumature e le loro contraddizioni apparenti, restano al centro del dibattito pubblico su uno dei casi di cronaca più discussi d'Italia.
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