Un mocassino da donna ritrovato a pochi metri dalla villetta dove Chiara Poggi fu brutalmente uccisa, sparito nel nulla senza che nessuno ne verificasse mai la rilevanza investigativa. Diciotto anni dopo il delitto di Garlasco, emerge un elemento inquietante che potrebbe riscrivere parte della ricostruzione di quella tragica mattina dell'agosto 2007: una scarpa trovata nove mesi dopo l'omicidio in un campo adiacente alla scena del crimine, mai repertata ufficialmente dai carabinieri di Vigevano che conducevano le indagini. Un dettaglio che si aggiunge al lungo elenco di ombre e contraddizioni che da sempre avvolgono uno dei casi giudiziari più controversi della cronaca nera italiana.
A riportare alla luce questa vicenda è stata Mattino Cinque, la trasmissione Mediaset che ha rintracciato il testimone oculare del ritrovamento, un uomo della zona che nell'aprile 2008 si imbatté casualmente nel mocassino. Le sue dichiarazioni sono cristalline: durante una passeggiata nella campagna dietro l'abitazione dei Poggi, notò una scarpa da donna, taglia 36-37, che immediatamente collegò all'omicidio ancora al centro dell'attenzione mediatica. Senza toccarla, preoccupato di contaminare un possibile elemento probatorio, l'uomo si diresse verso Garlasco in bicicletta – il telefono era scarico – per allertare le forze dell'ordine.
Secondo il suo racconto, due agenti della polizia locale si recarono immediatamente sul posto, repertarono il mocassino con tutti i crismi della procedura investigativa – guanti e sacchetto apposito – e lo trasportarono in caserma per consegnarlo ai carabinieri. Il testimone fu successivamente convocato a Vigevano dal comandante Cassese per fornire dettagli sul ritrovamento, ma sorprendentemente non firmò mai alcun verbale ufficiale. La risposta che ricevette fu lapidaria e insospettibile: "Non centrava niente".
Ed è proprio qui che la vicenda prende una piega ancora più tortuosa. Inizialmente contattato dalla trasmissione, il vigile urbano che intervenne quel giorno smentì categoricamente la versione del testimone, negando di essersi mai recato sul campo. Una posizione che ribaltò completamente in una seconda dichiarazione, confermando invece ogni dettaglio: il sopralluogo, il recupero della scarpa con la procedura corretta, la consegna ai carabinieri. Una contraddizione stridente che solleva interrogativi sulla gestione dell'intera vicenda da parte delle autorità coinvolte.
Ma il giallo si infittisce ulteriormente quando Mattino Cinque è riuscita a recuperare le Sit – le sommarie informazioni testimoniali – rilasciate dallo stesso agente della polizia locale. Nel documento ufficiale, regolarmente firmato, compare una versione completamente diversa: il mocassino sarebbe stato buttato nei rifiuti direttamente dagli agenti che lo ritrovarono, senza mai coinvolgere i carabinieri. Messo nuovamente di fronte alle telecamere con questa ennesima contraddizione, il vigile ha sconfessato le sue stesse dichiarazioni scritte, ribadendo la seconda versione orale: la scarpa fu consegnata ai carabinieri di Vigevano.
Tre versioni diverse dello stesso episodio da parte dello stesso testimone qualificato sollevano inevitabili dubbi sulla gestione delle prove nel caso Poggi. Come è possibile che un potenziale reperto trovato a pochi metri dalla scena di un omicidio che teneva banco sui media nazionali non abbia generato nemmeno un verbale di consegna? Perché il testimone che scoprì la scarpa non fu mai chiamato a rilasciare dichiarazioni formali? E soprattutto: quella scarpa fu davvero analizzata per verificare se potesse appartenere a Chiara o collegare qualcuno alla scena del crimine?
Il caso di Garlasco, che portò alla condanna in via definitiva di Alberto Stasi a sedici anni di reclusione nel 2015, è da sempre caratterizzato da zone d'ombra investigative che hanno alimentato polemiche e teorie alternative. Questa nuova rivelazione, emersa a distanza di quasi vent'anni, riaccende i riflettori su possibili falle nelle indagini iniziali e sulla gestione delle prove raccolte nei mesi successivi all'omicidio. Mentre Stasi continua a proclamarsi innocente e i suoi sostenitori chiedono la revisione del processo, elementi come questo mocassino fantasma contribuiscono a mantenere vivo il dibattito su una delle pagine più controverse della giustizia italiana degli ultimi decenni.
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