Garlasco, parla il carabiniere: "Sangue ovunque"

Un ex maresciallo dei carabinieri racconta i momenti drammatici vissuti nella villetta di Garlasco nel 2007, dove fu uccisa Chiara Poggi.

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Autore: Redazione ,
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Il racconto di un testimone oculare della scena del crimine può rimanere impresso nella memoria collettiva tanto quanto nella sua. Roberto Pennini, ex maresciallo dei carabinieri tra i primi a entrare nella villetta di Garlasco dove nel 2007 fu brutalmente assassinata Chiara Poggi, ha rievocato a Mattino Cinque su Canale 5 quei momenti drammatici che ancora oggi, a distanza di anni, continuano a tormentarlo. Le sue dichiarazioni gettano nuova luce su uno dei casi di cronaca nera più discussi e mediatici della storia italiana recente, quello che vide alla fine condannato in via definitiva l'allora fidanzato della vittima, Alberto Stasi.

Quel tragico giorno del 2007, Pennini si trovava in licenza quando ricevette la chiamata che avrebbe segnato per sempre la sua memoria professionale e personale. I colleghi lo contattarono urgentemente per chiedergli di documentare fotograficamente la scena del crimine, data la sua competenza con le apparecchiature fotografiche. L'ex maresciallo recuperò dalla caserma una fotocamera analogica e una digitale, ignaro dell'orrore che lo attendeva appena varcata la soglia di quella villetta apparentemente tranquilla nella provincia pavese.

Prima di accedere all'abitazione, Pennini notò Alberto Stasi seduto su un muretto all'esterno, in compagnia di un collega. Il comportamento del giovane, che sarebbe poi diventato il principale indagato e infine condannato per l'omicidio, non destò particolari sospetti in quel primo momento: appariva "normale", come ha precisato lo stesso carabiniere durante l'intervista televisiva. Un dettaglio che acquisterebbe un significato diverso alla luce degli sviluppi successivi dell'inchiesta.

C'era veramente tanto sangue, più si entrava nel soggiorno e più aumentavano le macchie. La parete era piena di sangue.

Una volta varcata la soglia dell'abitazione, lo scenario cambiò radicalmente. Una scena orribile, così l'ha definita Pennini, precisando che le immagini trasmesse dalla televisione non rendono minimamente giustizia alla violenza di quanto accaduto in quella casa. La quantità di sangue presente nella villetta testimoniava inequivocabilmente la brutalità dell'aggressione subita dalla giovane Chiara Poggi, studenteressa universitaria di soli 26 anni il cui futuro venne spezzato con efferatezza.

L'ex maresciallo ha descritto come la situazione peggiorasse progressivamente man mano che ci si addentrava nell'abitazione: le macchie di sangue aumentavano, le pareti ne erano letteralmente ricoperte. Un quadro che non lasciava spazio a dubbi sulla dinamica violentissima dell'omicidio, compiuto con numerosi colpi alla testa della vittima. Quelle immagini, ha confessato Pennini con voce ancora carica di emozione, rappresentano un trauma indelebile: un evento talmente sconvolgente che continuerà a perseguitarlo per sempre.

Durante l'intervista, Pennini ha anche fatto chiarezza su un elemento investigativo che alimentò numerose discussioni durante il processo: i presunti graffi sulle braccia di Alberto Stasi. L'ex carabiniere ha precisato con fermezza che non si trattava di veri e propri graffi, ma piuttosto di arrossamenti insignificanti. Per vederli chiaramente, ha spiegato, dovette avvicinarsi molto, quasi appoggiando gli occhi al braccio del giovane. Stasi teneva le braccia conserte e, secondo l'osservazione professionale di Pennini, quegli arrossamenti potevano essere semplicemente dovuti allo sfregamento. Una valutazione importante, poiché escludeva che potessero essere compatibili con segni di difesa lasciati dalla vittima durante l'aggressione.

Il caso di Garlasco rimane uno dei processi mediatici più seguiti della cronaca nera italiana degli ultimi decenni. Alberto Stasi venne condannato in via definitiva a sedici anni di reclusione per l'omicidio di Chiara Poggi, dopo un iter giudiziario complesso caratterizzato da perizie, controperizie e un'attenzione mediatica costante. La testimonianza di Roberto Pennini, rilasciata a distanza di anni, conferma la violenza inaudita di quell'omicidio e l'impatto devastante che scene del genere hanno anche su professionisti abituati per mestiere a confrontarsi con il crimine.

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