La storia di Giovanni Franzoni, argento olimpico nella discesa libera a Milano Cortina 2026 e vincitore delle mitiche gare di Wengen e Kitzbuhel, è prima di tutto una storia di sacrifici, sci usati e parastinchi conquistati sul campo. A raccontarla alla Gazzetta dello Sport è mamma Irene, che insieme al marito ha cresciuto Giovanni e il gemello Alessandro tra trasferte infinite, discussioni con i presidi e la ferrea regola che senza buoni voti a scuola lo sci rimaneva un sogno nel cassetto. Una filosofia educativa che oggi, davanti alla medaglia olimpica del figlio, rivela tutta la sua efficacia.
Quando Giovanni e Alessandro avevano 15 anni e frequentavano le medie a Manerba, sul lago di Garda, la routine quotidiana della famiglia Franzoni era diventata insostenibile. Irene li portava da Manerba a Brescia per il liceo scientifico, da lì poi in montagna per gli allenamenti. Una vita da pendolari dello sci che non poteva durare, complicata dalle continue assenze scolastiche che il primo anno di liceo erano costate a Giovanni la minaccia di bocciatura, nonostante una media del sette. La soluzione arrivò con il trasferimento a Falcade, al liceo sportivo, ma con una condizione non negoziabile imposta da mamma Irene: doveva esserci il latino.
"I miei figli dovevano fare un percorso di studio completo", spiega con fermezza. Niente scorciatoie, niente facilitazioni: lo sci era un privilegio da conquistare sui banchi di scuola prima ancora che sulla neve. A Falcade le cose iniziarono finalmente a ingranare anche grazie a Elena Valt, mamma di Lucia Dalmasso, bronzo olimpico nello snowboard e prima allenatrice tecnica dei gemelli Franzoni. Un intreccio di destini che ha portato due mamme a condividere le lacrime per le medaglie olimpiche dei figli.
La determinazione di Giovanni si è forgiata proprio in quegli anni difficili, quando arrivava sempre secondo rispetto al fratello Alessandro, oggi maestro di sci e imprenditore. "Alessandro gli stava sempre davanti", ricorda Irene, che martellava il figlio con un mantra: "Tu devi impegnarti Giovanni". Gli sci erano usati, quelli nuovi arrivavano solo per le gare importanti, e ogni acquisto era una conquista. L'episodio dei parastinchi all'Abetone è emblematico: Giovanni li aveva visti, costavano 240 euro, una cifra che la famiglia non poteva permettersi. La mamma gli lanciò una sfida: "Se vinci la gara, vedrai che te li regalano". Giovanni vinse, e quei parastinchi arrivarono davvero. L'azienda produttrice è ancora oggi tra gli sponsor dell'atleta.
Il percorso agonistico di Giovanni ha avuto una svolta inaspettata. Lui sognava le discipline tecniche, ma gli allenatori vedevano altro: velocità pura. A 17 anni arrivò il cambio di rotta verso le prove veloci che lo avrebbe portato ai trionfi di oggi. "Da bambino mi diceva sempre: mamma, io voglio vincere a Kitzbuhel", racconta Irene, che proprio sulla mitica Streif austriaca ha vissuto la sua emozione più devastante, persino più intensa della medaglia olimpica.
A Kitzbuhel, il giorno della vittoria in discesa, mamma Irene era posizionata sotto il traguardo e ha incrociato lo sguardo del figlio che la cercava tra la folla. Ha capito subito che aveva bisogno di un abbraccio. Alle Olimpiadi di Milano Cortina, invece, era così in alto in tribuna da non sentire subito l'emozione. Due momenti diversi per celebrare un percorso costruito su sacrifici condivisi, sci usati e la convinzione che il talento senza disciplina non porta da nessuna parte. Giovanni e Alessandro sono cresciuti in simbiosi, con un rapporto intensissimo che continua ancora oggi, dimostrando che dietro ogni campione c'è sempre una famiglia che ha saputo dire no al momento giusto.
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