Una svolta clamorosa scuote il caso che da settimane tiene banco nelle cronache italiane: Carmelo Cinturrino, il poliziotto indagato per l'omicidio di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo a Milano, ha cambiato versione dei fatti in un colloquio con il suo avvocato avvenuto nel carcere di San Vittore. L'agente, che fino ad ora aveva sostenuto di aver sparato per legittima difesa credendo che il pusher 28enne fosse armato, ha ora ammesso di aver piazzato una pistola finta accanto al cadavere per coprire le proprie tracce. Una confessione che ribalta completamente il quadro investigativo e che rischia di avere conseguenze devastanti per la sua posizione processuale.
Il racconto di Cinturrino al legale è agghiacciante nella sua semplicità: "Quando ho visto Mansouri mettersi la mano in tasca, mi sono spaventato e ho sparato. Solo in quel momento ho realizzato che aveva in mano un sasso". Da qui la decisione, presa nel panico, di tentare di costruire una scena del crimine alterata: l'agente ha ordinato a un collega di recuperare uno zaino dal commissariato di via Mecenate, zaino che conteneva la replica a salve di una pistola Beretta 92, poi collocata accanto al corpo della vittima. "Sapeva benissimo cosa c'era dentro", ha detto Cinturrino riferendosi al collega, aprendo così la strada a ulteriori sviluppi giudiziari.
I fatti risalgono al 26 gennaio, durante una retata antidroga nel tristemente noto boschetto di Rogoredo, storico punto di spaccio nell'hinterland milanese. Cinturrino ha sempre negato di aver premuto il grilletto con premeditazione o con l'intenzione di uccidere, escludendo anche qualsiasi legame con gli ambienti dello spaccio. Nelle ultime ore, però, le ipotesi investigative si erano allargate fino a includere scenari inquietanti, come possibili richieste di pizzo o di droga agli spacciatori da parte dell'agente, circostanze che lui ha categoricamente smentito.
Il colpo di pistola aveva raggiunto Mansouri vicino alla tempia destra da una distanza di circa trenta metri, un dettaglio balistico che fin dall'inizio aveva sollevato dubbi sulla tesi della legittima difesa. A complicare ulteriormente la posizione di Cinturrino c'è l'accusa di aver chiamato i soccorsi con 23 minuti di ritardo, mentre la vittima era ancora a terra agonizzante. Un ritardo che potrebbe aver avuto conseguenze fatali e che gli aggiunge un secondo fronte giudiziario su cui dovrà rispondere.
Non a caso, il consulente balistico Dario Redaelli, nominato dalla difesa, ha scelto di rinunciare all'incarico proprio in questi giorni concitati. Una mossa che parla da sola sul clima che si è creato intorno al caso. Il colloquio con il difensore si è tenuto nel pomeriggio di lunedì 23 febbraio, mentre per il giorno successivo era già fissato l'interrogatorio davanti al gip di Milano, Domenico Santoro. Il fermo era stato disposto per via del quadro fortemente indiziario, del pericolo di fuga, del rischio di reiterazione del reato e del pericolo di inquinamento delle prove.
La vicenda si allarga ora ben oltre la figura del singolo agente: la Procura di Milano ha iscritto nel registro degli indagati altri quattro poliziotti, con le ipotesi di reato di favoreggiamento e omissione di soccorso, legate al ritardo nella chiamata al 118. Resta da accertare in che misura il collega incaricato di recuperare lo zaino fosse consapevole del suo contenuto, come affermato da Cinturrino, o se si tratti di un tentativo di coinvolgere altri per alleggerire la propria posizione. Gli inquirenti dovranno sciogliere questo nodo cruciale nelle prossime settimane, mentre il caso di Rogoredo si trasforma in una delle vicende più delicate e controverse che abbiano riguardato le forze dell'ordine italiane negli ultimi anni.
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