Sgarbi contro la figlia: "Voglio essere lasciato in pace"

Sgarbi dopo l'assoluzione attacca la figlia Evelina che ha chiesto una perizia psichiatrica per accertare la sua capacità di sposarsi e testare.

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Autore: Redazione ,
Attualità
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L'assoluzione dall'accusa di riciclaggio non ha placato la guerra mediatica tra Vittorio Sgarbi e la figlia Evelina. Il critico d'arte, appena uscito dal tribunale di Reggio Emilia che lo ha prosciolto nella vicenda del quadro di Rutilio Manetti rubato dal Castello di Buriasco, ha scelto le colonne del Corriere della Sera per lanciare un nuovo affondo contro la giovane che lo ha citato in giudizio per sottoporlo a perizia psichiatrica. Con il tono pungente che lo contraddistingue, Sgarbi ha accusato la figlia di cercare visibilità televisiva anziché un dialogo privato, rivendicando il proprio desiderio di essere "lasciato in pace" lontano dai riflettori che questa vicenda familiare continua ad accendere.

La questione della perizia psichiatrica, richiesta per accertare la capacità del critico di contrarre matrimonio o fare testamento, viene liquidata da Sgarbi con una metafora surreale. L'esperto d'arte paragona la situazione a un incubo ricorrente in cui si torna a sostenere l'esame di maturità all'infinito, definendo l'intera vicenda "un circo Bagonghi" che mette costantemente in discussione la sua lucidità mentale. Con sarcasmo tagliente, arriva persino a suggerire che l'intervista stessa potrebbe essere contestata: "Lei non sta parlando con me, ma con il mio clone, lui ancora capace di intendere e volere".

Nell'intervista, Sgarbi non risparmia critiche nemmeno ai media che hanno seguito con insistenza sia la causa legale con Evelina sia il processo per il quadro del pittore senese del Seicento. Il critico ha infatti contabilizzato gli attacchi ricevuti: innumerevoli articoli del Fatto Quotidiano, cinque o sei servizi di Report condotti da Sigfrido Ranucci, una decina di puntate di Lo stato delle cose con Massimo Giletti. Un'attenzione mediatica che definisce eccessiva, pur riconoscendo il sacrosanto diritto di cronaca.

Non capisco perché Evelina interpelli i giornali e le televisioni e non me, neanche dopo questa assoluzione, giusto per dirmi che le fa piacere

Quando il giornalista del Corriere gli chiede quale quadro lo rappresenti meglio in questa fase della sua vita, Sgarbi risponde con una scelta che tradisce una certa vulnerabilità. Invece del San Sebastiano del Mantegna suggerito dall'intervistatore, il critico preferisce una tavola rinascimentale di Francesco Marmitta in cui il santo martire è rappresentato bambino. Una scelta simbolica che potrebbe alludere alla propria percezione di essere colpito da frecce provenienti da più direzioni, proprio come il santo della tradizione cristiana.

Sul fronte giudiziario, l'assoluzione pronunciata il 17 febbraio dal giudice dell'udienza preliminare di Reggio Emilia ha chiuso il capitolo dell'accusa di riciclaggio legata al dipinto di Manetti. Sgarbi ha ringraziato con soddisfazione i suoi difensori, il professor Alfonso Furgiuele e l'avvocato Gianpaolo Cicconi, sottolineando che la sentenza ha stabilito che "il fatto non costituisce reato", non semplicemente un'insufficienza di prove. Una distinzione giuridica che per il critico ha un valore simbolico importante nella ricostruzione della propria reputazione.

Alla richiesta di un messaggio per il cuore di Evelina, la risposta di Sgarbi è stata glaciale: ha già detto tutto ciò che umanamente andava detto. L'unico invito rivolto alla figlia è di non dichiarare pubblicamente di pensare al suo bene mentre lo porta in tribunale, un'accusa velata di ipocrisia che rivela quanto la frattura familiare sia ormai profonda. Il critico ha ribadito di non comprendere perché la vicenda, che considera di natura "squisitamente intima", continui a essere trasformata in spettacolo mediatico, scaricando però ogni responsabilità: "Non sono stato certo io a volere lo spettacolo".

Nonostante l'amarezza evidente nelle sue parole, Vittorio Sgarbi chiude l'intervista con un'inaspettata dichiarazione di pacificazione, almeno sul fronte giudiziario. Dichiara di non essere più interessato alle vendette come lo sarebbe stato in passato, trovando consolazione nell'unico risultato positivo di tutta questa vicenda: l'Italia ora conosce meglio chi sia Rutilio Manetti, il pittore senese del Seicento al centro del caso. Una chiosa che, tra ironia e sincero amore per l'arte, riporta la conversazione sul terreno dove Sgarbi si sente più a suo agio, lontano dalle dinamiche familiari che continuano a tormentarlo sotto i riflettori dell'opinione pubblica.

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