Che fine ha fatto Bernadette ma soprattutto, che fine ha fatto Richard Linklater? Viene da chiederselo assistendo alla visione del suo nuovo film in arrivo nelle sale italiane il 12 dicembre 2019, dopo aver registrato un flop senza appelli al botteghino estivo statunitense.
Un passo falso è fisiologico anche nella carriera di un grande regista statunitense come Linklater, capace di unire ambizioni sperimentali da cineasta a improvvisi guizzi pop. Negli ultimi 20 anni il suo tocco ha saputo creare pellicole molto variegate. Lo stesso regista ha girato la “trilogia del prima“ (Before Sunrise, Before Sunset, Before Midnight) e un film unico come Boyhood, ma anche storie decisamente più smaliziate come Everybody wants some! e School of Rock, che rimane il suo titolo più noto al grande pubblico.

Avendo ormai una certa familiarità con i gusti, lo stile e i temi cari al regista non è difficile capire come sia arrivato a dirigere l’adattamento del romanzo di Maria Semple Dove vai Bernadette?, edito in Italia da Rizzoli. Infatti un tema ricorrente della sua filmografia è quello dell’artista in crisi creativa, incapace di creare eppure in sofferenza perché tutta la sua energia professionale è bloccata, in stallo. È proprio la situazione in cui si trova anche Bernadette, architetto super star ormai votata da un decennio a una vita quasi reclusa.
Una donna alla ricerca di una via d’uscita
Nel suo passato brucia ancora l’onta professionale ricaduta sul suo progetto più ambizioso. Il trauma l’ha portata a fuggire insieme al marito informatico dalla vita a Los Angeles, rifugiandosi a Seattle, in una grande dimora ex collegio femminile. Nelle sue intenzioni iniziali sarebbe dovuto essere questo il progetto del rilancio, ma una dolorosa sequenza di aborti e la nascita di una figlia hanno intrappolato Bernadette nei suoi pensieri nevrotici.
Cate Blanchett torna quindi a interpretare una donna sull’orlo di una crisi di nervi, così come fatto in Blue Jasmine di Woody Allen. Qui però il lato più tagliente del personaggio è smussato da una maternità vissuta con enorme angoscia per le precarie condizione di salute della figlia. Bernadette consuma una gran mole di medicinali e innumerevoli notti insonni, faticando a vedere l’adolescente vivace e niente affatto in pericolo di vita che è diventata quella neonata problematica.

La vera fatica però la fa lo spettatore, perché vedere con chiarezza dentro la storia degli ultimi quindici anni di Bernadette non è semplice. Come titolo, che fine ha fatto Bernadette sembra riferirsi alla bizzarra fuga che la donna intraprende verso il Polo Sud, nel momento più critico della sua crisi, quando viene costretta dal marito e dagli amici a guardare in faccia alle realtà. L'entità del problema però non è chiara a lei quanto a noi, perché il film si dimostra incapace di dare la giusta importanza agli elementi narrativi con cui arricchisce il racconto. In realtà Bernadette sta fuggendo dai suoi fallimenti e da sé stessa - come donna, madre, moglie e creativa - da quando si è trasferita a Seattle, dando un'interpretazione più sottile al titolo e all'intera storia. Ha lasciato che le sue angosce la tenessero lontana da un vicinato e da un tessuto sociale che detesta per partito preso, si è lasciata inghiottire da fobie che l’hanno resa schiva a tutto e tutti.
Che fine ha fatto Linklater?
Se nella prima parte s’intravede qua e là un barlume d’interesse, anche se si fatica a capire cosa sia rilevante e cosa no, nella seconda il film fallisce definitivamente, proprio quando la sua eroina protagonista rialza la testa. La svolta di Bernadette, strettamente correlata allo sblocco del suo torpore creativo, avviene quasi per caso, in maniera così repentina e fluida da rendere ancora più inconsistenti i problemi della protagonista. Cate Blanchett ci mette molto del suo (e se il film non naufraga nel mare del nonsense è proprio grazie a lei) ma non riesce a cancellare l’impressione che i problemi di Bernadette fossero irrisori, le sue paure ridicole.

Anche l’insistenza con cui il film, attraverso il personaggio di Lawrence Fishburne, rimarca la necessità di Bernadette di mettere a frutto il suo genio è problematica, perché basta un piccolo cambio di prospettiva per annullarne la componente materna. Il ruolo di genitori invece per la protagonista è cruciale e anzi, sembra essere l’unica ancora a cui è riuscita a rimanere aggrappata negli anni bui della sua crisi personale.
In tutto questo inconsistente blob emozionale e narrativo il vero assente è appunto Linklater, la cui regia qui è così anonima da non tentare nemmeno di dare una forma precisa all’universo interiore della sua protagonista. È abbastanza sorprendente come un narratore di sentimenti, non detti ed emozioni come lui cada proprio su questo versante, ma la colpa maggiore di Che fine ha fatto Bernadette è proprio quella di non riuscire a comunicare adeguatamente ciò che sente la protagonista.
Alcuni hanno dato la colpa a un romanzo che per costruzione e narrazione si presta poco ad essere trasposto sul grande schermo, Possibile, ma qui a colpire è soprattutto l’assenza di un regista che altrove ha saputo portare a termine operazioni delicatissime come quella di Boyhood, in cui è riuscito ad intrappolare su pellicola un momento informe e transitorio come l’adolescenza. A mancare di momentanea ispirazione, in questo caso, sembra essere proprio lui.

Che fine ha fatto Bernadette arriverà nelle sale italiane il 12 dicembre 2019.
Commento
Voto di Cpop
50Iscriviti al nostro canale Telegram e rimani aggiornato!