Quando, venerdì 11 ottobre, Adrian Raine ha varcato le porte del cinema per vedere Joker non era tanto interessato alle origini del villain per eccellenza, né tanto meno ad una rilettura di Batman (di cui non è per niente appassionato), ma piuttosto a passare un pomeriggio diverso con i nipoti. Il neurocriminologo, professore di Criminologia e Psichiatria presso l'Università della Pennsylvania e pioniere dell'utilizzo del Neuroimaging per studiare il cervello di criminali e assassini, non si aspettava certo di uscire dalla sala elettrizzato e sbalordito.
La pellicola di Todd Phillips, vincitrice del Leone d'oro al miglior film alla 76esima Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, ha scatenato sin dalla sua uscita pareri contrastanti, tra chi lo acclama come capolavoro e chi lo liquida come un film provocatorio fine a sé stesso. Comunque la si pensi, non si può però negare che quella raccontata in Joker sia una storia forte, incapace di lasciare indifferenti.
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Raine, che ha dedicato la sua vita allo studio delle menti criminali, alla ricerca delle cause biologiche e neurobiologiche che possono sfociare in comportamenti antisociali e violenti in bambini e adulti, ha apprezzato sin da subito Joker. Il neurocriminologo ha definito la pellicola una rappresentazione autentica del percorso che può portare un uomo a compiere simili atti di violenza, tramite una combinazione di genetica, traumi infantili, malattie mentali non curate e provocazioni sociali.Raine ha quindi in programma di inserirlo in un prossimo corso universitario, proprio perché mette insieme in maniera veritiera tutti i fattori che analizza con i suoi studenti e, ha aggiunto:È una predizione sorprendentemente accurata del tipo di background e delle circostanze che, se combinate insieme, danno vita ad un assassino. Per 42 anni ho studiato le cause del crimine e della violenza. E mentre guardavo questo film, ho pensato 'Wow, è una rivelazione! Ho bisogno di acquistare questo film ed estrapolarne delle clip illustrative' [...]. È un ottimo strumento educativo sulla nascita di un assassino.
È davvero difficile ottenere una storia di vita reale che si adatti a tutti questi pezzi insieme, per non parlare di un film molto drammatico e stilizzato che illustra con forza questi fattori.

Su questo fronte uno dei più grandi pregi del film, a detta di Raine, è l'accuratezza con cui rappresenta "l'aggressività reattiva", la progressiva escalation di violenza vissuta da Arthur come reazione a determinati impulsi. Per esempio, quando Arthur scopre che la madre gli ha mentito per tutta la vita, reagisce uccidendola. È per lui un momento scioccante che mette in dubbio la sua identità, tutto ciò che ha sempre pensato di essere e sapere.Non vogliamo stigmatizzare i malati di mente come persone pericolose. Ma sappiamo che la malattia mentale rappresenta una significativa predisposizione alla violenza, che va riconosciuta di modo che le persone possano essere curate.
L'aggressività reattiva è quindi ciò che connette i problemi di salute mentale alla violenza: picchi solo quando vieni picchiato per primo.I malati di mente non vanno in giro ad uccidere serialmente, tramando un omicidio o una rapina in banca o un furto con scasso. No, reagiscono all'impulso emotivamente. Sono impulsivi e guidati dalle emozioni.
Di che malattie mentali soffre il Joker?
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Nel corso dell'intervista, Raine ha poi abbozzato anche una diagnostica del caso di Arthur come se fosse un suo paziente, partendo proprio dalla sua salute mentale. La prima cosa che si può affermare di Arthur, dice, è che soffre di depressione: è sempre triste e sta attraversando numerose delusioni (testimoniate dalle fantasie sulla vicina di casa). In seguito, continua Reine, si può suggerire che soffra anche di un disturbo schizotipico della personalità.Il Joker non è un personaggio reale, ma la rappresentazione della nascita di un'omicida data da Todd Phillips lo è di sicuro, tanto che Raine se ne meraviglia ancora solo al ricordo. La vicenda è vera e forte perché rende chiaro che nessuno nasce con quel tipo di violenza. Arthur Fleck, dice Raine, non ha mai avuto il libero arbitrio, ma è stata la sua stessa vita sin dall'inizio a renderlo una bomba a orologeria a piede libero in attesa di esplodere.Il disturbo schizotipico della personalità è come una versione annacquata della schizofrenia. E penso che Arthur ce l'abbia. È legato alla schizofrenia, ma coloro che ne soffrono hanno convinzioni bizzarre, comportamenti strani, un aspetto strano, fanno discorsi strani, non hanno amici intimi diversi dai familiari, hanno problemi affettivo-emotivi o sono completamente o in gran parte chiusi.
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