Se oggi è considerata la più grande attrice francese vivente e un'autentica leggenda del cinema mondiale, Isabelle Huppert lo deve in non marginale parte alla sua collaborazione con il regista austriaco Michael Haneke. Il tempo dei lupi, Happy End, Amour e ovviamente La pianista: quattro film che hanno cementato un rapporto lavorativo di assoluta, reciproca stima, cominciato nel 2001 con il film che scandalizzò la Croisette, regalando il premio per la miglior regia a lui e quello per l'interpretazione femminile a lei.
Ospite a Cannes vent'anni dopo come invitata speciale, lontana da qualche tempo dalle scene cinematografiche per dedicarsi all'amore mai sopito per il teatro, Isabelle Huppert ha ripercorso la sua straordinaria carriera su grande schermo, raccontando la lavorazione di un film spartiacque per lei e per Haneke stesso. Dalle sue parole è emersa l'enorme, reciproca stima che interprete e regista nutrono l'uno per l'altra.
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Come lavora Michael Haneke sul set
Isabelle Huppert ha spiegato che quello con Haneke non è il rapporto lavorativo più intenso che ha vissuto sul set. La palma in quel senso va al compianto Patrice Chéreau, che l'ha diretta in Gabrielle e che aveva "un rapporto straordinario di comunicazione con gli attori, che mai mi è capitato di vivere con altri cineasti".
Il glaciale regista austriaco invece è davvero differente come approccio, anche se Isabelle Huppert ci tiene a precisare: è un genio. Nelle sue parole, Haneke è un regista che costruisce i suoi film come ricami:
Michael ha un approccio basato sulla composizione e sulle angolazioni. Sia il cinema sia il teatro per lui sono un lavoro di fino con l'ago da ricamo, una questione di precisione nella costruzione geometrica di una scena. Ti dà un sacco di limitazioni fisiche e di movimento. Quando prepara una scena ti dà indicazioni tipo qui fai un mezzo passo non di più.
Le dure scene di La pianista - dove Isabelle Huppert interpreta un'insegnante di pianoforte dalla sessualità repressa e con tendenze sadomasochistiche - sono state costruite limitando i movimenti della cinepresa e degli attori in scena.

Per Haneke è infatti importantissimo che ogni movimenti degli interpreti non risulti artefatto, ma al contrario abbia una certa verosimiglianza, come ha spiegato Huppert:
È un genio della precisione, vuole che ogni movimento sia veritiero, ma per il resto non mi dice molto su come recitare. Un'attitudine che molto si adatta a come lavoro.
Sull'interpretazione dunque Haneke si affida ai suoi attori, senza dare troppe indicazioni. Un'attitudine che Isabelle Huppert ha dimostrato di apprezzare molto, specie quando i due hanno esplorato il personaggio di Erika Kohut, pianista viennese rigida e composta, che nasconde un universo interiore oscuro. Un mostro, la definirebbe qualcuno. Per Isabelle Huppert è stata una prova non facile esplorare queste oscurità, ma si è sentita sicura al fianco di Haneke, interessato non alle storture delle persone, bensì delle loro azioni:
Non ho mai paura di esplorare personaggi oscuri. Se c'è un regista come Haneke al mio fianco posso affrontare la parte più difficile del processo, cioè rimanere ancorata alla catena di emozioni e ragionamenti non intuitivi o logici del personaggio. Al cinema è molto più comodo interpretare questi personaggi, perché sono ambigui e lasciano molta libertà d'azione. Quando invece si interpretano personaggi realistici, si è molto più limitati.
Riguardo invece a Isabelle Huppert, un regista poco incline al sentimentalismo come Haneke ha dimostrato grande affetto e stima incondizionata. Sull'esperienza sul set di La pianista, il regista premio Oscar ha ricordato l'estrema precisione con cui l'interprete candidata all'Oscar per Elle affronta ogni scena:
Se chiedi a Isabelle Huppert di piangere in una certa scena, lei vuole sapere su quale parola della battuta la lacrima deve scendere lungo la guancia.
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