La storia della principessa splendente è un lungometraggio animato diretto da Isao Takahata (La tomba delle lucciole), co-fondatore dello Studio Ghibli. Dopo otto anni di intenso lavoro, è uscito nelle sale nel 2013.
È stato nominato per il Japan Academy Prize for Animation of the Year e ha vinto il premio per il Miglior film di animazione al Mainichi Film Awards, oltre che il premio del pubblico al Fantastic Fest di Austin.
Il film: stile e trama
De La storia della principessa splendente colpiscono, come prima cosa, il tratto e la grafica. Sembra di ritrovarsi in un meraviglioso, antico dipinto giapponese. L’animazione è fluida e i paesaggi e i personaggi sono colorati in acquarello e tratteggiati col carboncino. Secondo quanto affermato dal regista, la tecnica usata consiste nel dare massima espressività alle linee e lasciare intenzionalmente alcuni spazi senza alcun dettaglio, per stimolare l’immaginazione dello spettatore. Questo stile riesce sia ad avere un’estrema potenza narrativa sia a rivoluzionare l’idea generale di come un anime dovrebbe apparire.

La storia inizia con un tagliatore di bambù, Okina, che lavora serenamente nella foresta. Mentre lavora, all’interno di un fiore, scorge qualcosa: è una minuscola ragazza che sembra splendere di luce propria. La porta a casa e la mostra alla moglie Ōna (parola che in giapponese può significare sia anziana che madre). La coppia è senza figli, e mentre decidono cosa fare, entusiasti, la ragazza in miniatura diviene una neonata: decidono di adottarla e crescerla insieme.
La crescita della bambina è innaturalmente irregolare e precoce, e per questo gli altri bambini del villaggio la soprannominano Gemma di Bambù. La bambina accoglie il soprannome con gioia e passa il proprio tempo ad aiutare il papà con la raccolta e la madre con l’orto, oltre che a giocare per i campi con i suoi coetanei e col “fratellone” Sutemaru, un ragazzo leggermente più grande che l’ha salvata da una piccola disavventura con una cinghialessa. La sua vita sembra felice e idilliaca, e i suoi genitori la amano: il papà, da quando è nata, continua a chiamarla “Principessa”, grato e meravigliato di questo dono concessogli dal cielo, e in cuor suo triste di non poterle offrire un futuro migliore.
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Un giorno Okina taglia un bambù diverso dagli altri, uno che sembra luccicare nella foresta; al suo interno, infatti, trova un grandissimo numero di piccole pepite d’oro, e il giorno dopo, tessuti e vesti meravigliose. È la sua occasione per fornire un futuro radioso all’amata figlia, che nel mentre è diventata una bellissima ragazza. Ne parla con Ōna, che pur essendo molto perplessa asseconda la sua proposta: comprare un meraviglioso palazzo in città ed educare la piccola Principessa in modo da renderla più che degna del proprio soprannome.

La storia originale
La storia della principessa splendente è tratto da un racconto tradizionale giapponese risalente all’ottavo secolo, Taketori monogatari, Storia di un tagliatore di bambù. Vi si fa riferimento in una delle più antiche antologie di poesia giapponesi, il Manyōshū. Questo racconto è stato spesso definito come una versione arcaica delle narrazioni di science fiction.

Nel racconto, una coppia indigente scopre la piccola ragazza nella foresta e la cresce come una principessa. Crescendo la ragazza diventa bellissima ma sempre più triste e passa le proprie notti ad ammirare malinconicamente il cielo stellato. Cinque principi e l’imperatore vengono a farle la corte: li rifiuta tutti. Alla fine del racconto, si scopre che Kaguya viene proprio dalla Luna, e che farà presto ritorno a casa.
Ai suoi amati genitori, al momento della sua partenza, lascia in ricordo la propria veste; all’Imperatore, invece, lascia in ricordo una lettera e un elisir di vita eterna. Il sovrano deciderà di bruciare questi doni sulla cima del monte Fuji, il punto più vicino alla Luna in tutto il Giappone.
Questo racconto popolare fornisce una spiegazione fantastica del motivo per cui il vulcano del monte Fuji emette fumo. Pare inoltre che il termine Fuji abbia la stessa radice della parola giapponese per immortalità.
Temi e significati
Certamente il lavoro dello Studio Ghibli è un riadattamento del racconto tradizionale nel senso più completo del termine; aggiunge dettagli narrativi, più che eliminare gli originali. Takahata ha preso la base di questa narrativa e ne ha creato un pezzo di animazione unico, esplorando temi come la transitorietà della vita, la superficialità del materialismo, il ruolo della bellezza, le questioni spirituali, le imposizioni a cui le donne sono sottoposte, la necessità degli addii, la sfida della genitorialità e l’assurdità del sistema delle classi sociali.
- La natura
- Amore e dovere
- La nostalgia e il lasciar andare
- Cosa vuol dire essere donna
- I genitori
- Il finale
La natura
Uno dei temi più facili da individuare è quello della vita in armonia con la natura; la storia di Gemma di Bambù ci rivela come una vita semplice in campagna offra più possibilità di essere felici di una vita immersa nel tessuto urbano e nell’agio. Questo argomento è carissimo a tutto il team creativo di Studio Ghibli, e la natura e il contorto rapporto dell’uomo con essa si trova in praticamente tutti i loro lungometraggi.

La felicità vera risiede nelle piccole cose che ci fanno sentire parte di questo pianeta, tutt’uno con la sua bellezza, ma anche con la tragicità dei cicli delle sue stagioni. Il progresso rappresenta infatti, simbolicamente, un “andare avanti”, ma non sempre in meglio; ci prende e ci trapianta in un luogo lontano da tutto ciò a cui siamo atavicamente connessi.
Questa connessione, oltre che essere un sentimento primordiale che trascende le ere, si manifesta nelle piccole cose: il gioco nel giardino della piccola Gemma di Bambù, il furto di un frutto freschissimo insieme a Sutemaru in una giornata rovente d’estate, la cura silenziosa e lenta dell’orto, la ricerca del bambù perfetto da tagliare. Con le parole di Takahata:
Certo, il tema ambientalista è esplicito nel film. […] Concordo con tutto il mio cuore con il testo di What a wonderful world, cantata da Luois Armstrong. La vita in Giappone è sempre stata vissuta in armonia con la natura sino ai tempi moderni. C’era un sistema sostenibile che consentiva alle persone di ricevere i frutti della natura mentre le persone stesse si impegnavano per permettere alla natura di sopravvivere. Ogni vita sulla Terra è ciclica -nascita, crescita, morte e rinascita-, come nella canzone che ho scritto per il film. Considero questo fatto alla base di tutto.

La stessa ciclicità la troviamo nella vita di Gemma di Bambù: la sua crescita stranamente veloce non fa che enfatizzarlo. Il suo spostarsi verso l’età adulta sembra procedere di pari passo con le stagioni, a una velocità sovrannaturale che le fa guadagnare il suo soprannome.
La ciclicità viene spiegata, in maniera dolcissima e spietata, in una visione che ha la principessa durante la festa in onore del suo ingresso in società. Tornando al proprio, agognatissimo villaggio, trova tutti gli alberi morti e le case deserte: non c’è più nessuno. Nel suo passeggiare spaesato incontra un uomo che le spiega che è il normale ciclo della terra: i suoi amici torneranno, ma devono lasciare gli alberi morire e la terra riposare per poterli ritrovare rigogliosi e fecondi come un tempo.
La storia di Okina, Ōna e la loro piccola trovatella ci mostra un rapporto ribaltato: per quanto l’uomo cerchi di esercitare un potere (coercitivo) sulla natura, il potere della natura esercitato sull’uomo sarà sempre più forte ed imprescindibile.
Il momento in cui la forza della natura è più devastante è proprio quello della sua assoluta mancanza. La principessa splendente crea un piccolo orticello in miniatura che ricorda moltissimo le campagne dove ha vissuto i primi anni di vita, ed è lì che si rifugia quando la vita nel suo lussuoso palazzo diventa opprimente e insopportabile. Ma è un ricordo che genera una nostalgia dolorosa e un rimpianto sempre più pesante da sopportare.
Amore e dovere
Un conflitto interiore che caratterizza la meravigliosa ragazza lunare è quello della propria identità. Quando, nel contesto della sua crescita accelerata, muove i primi passi, gli altri bambini di campagna la canzonano con affetto chiamandola Gemma di Bambù, proprio per la sua crescita irregolare e repentina. Il padre invece insiste nel chiamarla a sé col nome Principessa (e nel farcela diventare). La bimba guarda disorientata i suoi quasi coetanei e il papà e poi corre dal papà, che l’abbraccia commosso dalla gioia. Sin dall’inizio è evidente la sua confusione a riguardo. È letteralmente intrappolata tra due nomi, tra due destini, due identità.

Il film parla anche del contrasto tra dovere e amore (giri e aijō). Il contrasto tra giri e aijō è un topos della letteratura giapponese, ed è riassunto nella figura di Gemma di Bambù, che asseconda la volontà dell’amato padre come una figlia devota e sacrifica per questo il grandissimo amore sviluppato per la natura, per i suoi amici e Sutemaru.
Anche Sutemaru, quando si incontreranno di nuovo anni più avanti, ha un ruolo in questa riflessione. Lui ha una moglie e un figlio, e Gemma di Bambù è ormai destinata a tornare sulla Luna; appartengono ormai a due classi distantissime. Per questo, inizialmente Sutemaru sembra anche provare una sorta di risentimento, che però scompare non appena rivede nella dama che ha davanti la ragazza che correva con lui per i prati. I due si illudono di non dover rispettare i propri doveri, volano insieme immaginando di non lasciarsi più, per poi precipitare a terra e tornare alla realtà: hanno entrambi dei doveri. Lui è un contadino, è sposato, e lei non è solo una dama, ma una creatura lunare.
La nostalgia e il lasciar andare
La storia della principessa splendente è anche una storia di addii. Nella già citata visione, la principessa sfonda ogni barriera che la separa dal mondo esterno e corre a una velocità furiosa per raggiungere la campagna, che trova completamente cambiata. Gli alberi sono spogli, i campi, sterili, sono stati abbandonati e le famiglie non ci sono più. Sente che, anche sfidando il tempo, il volere di suo padre e le convenzioni, non può più tornare indietro. È il naturale processo di crescita, a cui non riesce ad arrendersi.

Il ritorno tanto atteso da Gemma di Bambù avviene nei giorni prima di abbandonare per sempre la Terra. Durante il suo ultimo incontro con Sutemaru nei luoghi in cui sono cresciuti i due si abbracciano e volano, in una scena poetica e commovente, a seguito della quale Gemma di Bambù scompare, in pace ormai col ricordo del ragazzo che ha tanto amato e che ora è un uomo, un padre e un marito.
Cosa vuol dire essere una donna
Una cosa estremamente evidente della vita della principessa nel palazzo è che le convenzioni a cui viene gradualmente educata la sorprendono e la fanno sentire in trappola.
Gli insegnamenti di Lady Sagami le lasciano intendere che non le è più richiesto di alzarsi di scatto e non le è più concesso ridere di cuore, perché risulterebbe poco elegante. La dama di corte ha il compito di istruirla e le insegna a suonare il koto e la nobile arte della pittura. Gemma di Bambù prenderà tutti questi insegnamenti con entusiasmo reinterpretandoli in un modo anarchico per cui verrà immediatamente redarguita. Vediamo che qualcosa in lei inizia a spegnersi.
Anche la festa in onore del suo ingresso in società è traumatica. Seguendo la tradizione, le vengono cancellate le sopracciglia e anneriti i denti, tutte convenzioni estetiche che lei non capisce e da cui rifugge, per poi piegarsi, impotente.

Pur essendo un uomo, Takahata mostra una comprensione profonda delle violenze giornaliere che vengono fatte a una donna, che per essere considerata “degna” deve seguire dei determinati canoni estetici (che spesso la snaturano) e determinati, rigidi comportamenti. La donna, l’individuo, non può decidere per sé cosa vuol dire essere una vera dama, o una vera donna, e non può agire d’istinto. Questa prigione mentale le annichilisce l’animo, e la risata cristallina e dolcissima che all’inizio del film sentiamo in continuazione sfuma sino a scomparire, lasciando posto a toni molto bassi e tristi e scatti di rabbia furiosi.
Gemma di Bambù si sente un oggetto su cui chiunque ha controllo, meno che lei. Durante la cerimonia uomini da tutto il mondo arrivano per assistere al suo debutto in società eppure lei, pur essendo la protagonista dei festeggiamenti, è isolata, sola con la sua servitrice dietro le tende. Fuori dalle tende dietro le quali è praticamente nascosta, un grandissimo numero di uomini accorsi senza sapere nulla di lei. Non a caso, fa un incubo in cui alcuni uomini ubriachi insistono per andare dietro la tenda a trovarla con intenti terribili, davanti a un povero Okina assolutamente impotente che, disperato, non riesce a fermarli.
Un’altra scena particolarmente significativa in questo senso è quella in cui i cinque pretendenti della principessa, che pur fidandosi dei racconti non l’hanno mai vista, decantano la sua bellezza. Il suo cuore è da un’altra parte e prova evidente risentimento per quegli uomini giunti a chiedere la sua mano.
Uno dei pretendenti, ad un certo punto, sembra prometterle tutto ciò che ha sempre desiderato: la vita genuina in campagna, la fuga dalle restrizioni, l’amore. Ma Gemma di Bambù sa che fa tutto questo non perché conosce la delicatezza del suo animo, ma solo per la sua leggendaria bellezza. Per questo, si sostituisce a una donna anziana, e come previsto il pretendente fugge via.
I pretendenti usano delle metafore molto poetiche per definirla e per ingraziarsela, nominando dei tesori remoti. In tutta risposta, la principessa chiede loro di provare il loro amore andando a trovare quei tesori. Takahata spiega così questa scelta di trama:
Nella storia originale la principessa Kaguya chiede ai cinque pretendenti di portarle qualcosa che solo chi conosce i classici di letteratura cinesi potrebbe capire., ed è chiaro che la principessa li abbia studiati. Nel film, quello che ho fatto è stato farle dire: "Beh, mi avete lodato con tutte queste metafore: portatemi quel qualcosa che, secondo voi, ha il mio valore.", Così non deve avere una laurea in storia cinese. Anche il significato è cambiato, e non era solo per mettere in difficoltà pretendenti. [...] "Se pensate di me in quel modo, portatemi quelle cose reali a cui mi avete paragonato.". Lei si sta ribellando contro l'essere oggettificata da questi pretendenti. E questa è una sensibilità molto moderna.
I genitori
È chiaro sin dalle prime scene del film che la piccola Gemma di Bambù è amatissima dai propri genitori. Il padre la chiama Principessa e man a mano che la piccola cresce avverte un sempre più definito senso di inadeguatezza, convinto di non darle abbastanza. L’occasione del bambù magico che gli elargisce pepite d’oro e splendide vesti è interpretata come un segno: la ragazza è destinata ad avere le cose più belle sulla terra e a vivere in modo regale.
Ma cos’è il meglio per i propri figli? Un genitore lo sa sempre? Sembra che Okina non abbia alcun dubbio a riguardo. Sua figlia deve diventare una dama rispettata e sposare un nobiluomo.
Ma a chi appartiene questo sogno, davvero? La narrazione non lascia alcun dubbio sul fatto che l’uomo agisca per tutto il film nell’interesse della figlia. Tutte le cose che nella vita di palazzo lo fanno gioire per la figlia, a lei risultano quasi indifferenti, se non fonte di effettivo dolore.
Gemma di Bambù non riuscirà mai ad accusare il padre di averla resa infelice, e non lo vedrà mai come artefice della propria miseria: è perfettamente cosciente che le sue intenzioni sono mosse dall’amore.
Convinto di agire per il suo bene, le azioni di Okina portano la principessa all’esasperazione, al punto di farle invocare la Luna per cercare salvezza, allontanandola così per sempre e in modo ineluttabile. Solo nel commovente finale si renderà conto della propria cecità, struggendosi nell’ultimo addio.
Il finale
Alla fine, comprendiamo che la principessa è un tempo fuggita dal suo mondo lunare per rifugiarsi nel mondo imperfetto degli uomini, di cui sperimenta le cristalline gioie e gli atroci dolori.
Un esercito festante con un’orchestra viene a prenderla per riportarla sulla Luna. Le figure che compongono questa folla eterea evocano tutte la spiritualità orientale; spicca tra tutte una figura completamente muta che ha le sembianze un Buddha. Attorno a lui, delle figure che assomigliano a Kannon, la dea della misericordia, insieme dei bodhisattva, persone che hanno raggiunto l’illuminazione e che aiutano gli altri nel percorso per raggiungere il Nirvana.

Sono tutti lì per facilitarle il passaggio. Le viene dato un manto che cancella ogni ricordo di sofferenza, nostalgia e perdita: tutte cose terribili e bellissime che ha provato nel mondo degli uomini, ma che l’hanno anche spinta a desiderare il suo ritorno alla Luna. Anche il mantello ha un valore tradizionale per i Giapponesi: si dice che se uno spirito celestiale in visita sulla Terra perde il proprio mantello, non può più far ritorno al proprio mondo.
La conclusione non si può definire tragica, ma neanche un lieto fine nel senso generalmente inteso. Il regista, a questo proposito, è molto chiaro:
Penso di aver potuto realizzare La principessa splendente solo perché sono invecchiato. La storia, in un certo senso, riguarda la morte. Il ritorno alla Luna simboleggia la morte. E certamente le persone muoiono, ma quello che volevo sottolineare è che prima di morire dobbiamo tentare di comprendere come vivere in questa Terra, e come vivere bruciando per il desiderio di essere vivi. Dobbiamo aspirare a quel tipo di vitalità che ha lei prima della nostra morte, o del suo ritorno alla Luna. È quello che tento di trasmettere, e penso che tutti debbano avere l’idea di vivere a pieno e in modo vitale mentre siamo ancora sulla Terra.
Il film si conclude con una visione cosmica di pace, che dà un senso di finitezza all’intera la narrazione, e che rende tutto, dal passaggio alla campagna fangosa all’elegante palazzo, ciò che è: un’esperienza umana, che è possibile comprendere e poi trascendere. Per entrare in quel mondo ultraterreno, è necessario che la principessa lasci alle spalle tutte queste esperienze.
La storia della principessa splendente è scritto e diretto da Isao Takahata nel 2013. È stato prodotto da Studio Ghibli e distribuito in Italia da Lucky Red, ed è attualmente disponibile su Netflix.
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