La caccia all’uomo non durò molto. La Ford Bronco bianca venne individuata dopo appena tre ore dalla fuga di O.J. Simpson dalla casa di Robert Kardashian.
Proprio la sua amicizia con Kardashian è uno dei punti focali di questo secondo episodio de #Il caso O.J. Simpson.
Ma non c’è Kardashian alla guida della Bronco. C’è Al Cowlings, detto A.C., un amico sicuramente meno colto, meno abbiente, ma non certo meno conosciuto: era un suo ex compagno di squadra. Entrambi avevano giocato per i Buffalo Bills e per i 49ers, insieme.

Lo segnalo perché l’altro snodo chiave dell’episodio ruota proprio attorno alla definizione di “eroe” fin troppo spesso attribuita agli sportivi. Definizione magari verosimile, in alcuni casi, ma mai del tutto appropriata.
E legata alla questione più importante, quella che tenne tutta l’America (e non solo) col fiato sospeso: gli innocenti scappano?
La risposta arriva con un’altra domanda: se non hai nulla da nascondere, se davvero sei innocente, visto che sei anche ricco, famoso, amato e quindi potente, perché scappare?
Ce lo chiedevamo tutti. Eppure, la comunità afroamericana sembrava non avere dubbi: O.J. scappava da un’ingiustizia, un’accusa infamante che gli era stata mossa solo per il colore della sua pelle.
La tensione sociale emerge dalla folla di fan che cercano d’intercettare la Bronco bianca in fuga, per sostenere O.J.

E dalle parole dei vicini di casa di Christopher Darden (il collega di Marcia Clark). E dalla battaglia razziale condotta da Johnnie Cochran in TV (pronto a denunciare l’accanimento ingiustificato delle forze dell’ordine contro un uomo di colore per infiammare le opinioni.
La regia di questo secondo episodio, carico di tensione, non è da meno: moltissimi zoom sui primi piani dei protagonisti, panoramiche circolari, tanti brevi piani sequenza per sottolineare il carico emotivo, indugiando sui volti.
In particolare quello di O.J., che lascia una lettera d’addio con tanto di faccina sorridente (secondo alcuni solo una finta, un tentativo per alleviare la pressione della polizia nei suoi confronti). Che minaccia di uccidersi anche davanti al figlio maggiore. Che si porta appresso le fotografie dei figli. E che, soprattutto, dice “Merito una punizione” dal telefono della sua auto.
Un’ammissione di colpevolezza, probabilmente, dettata dallo stato di agitazione e confusione, che misteriosamente venne ignorata successivamente.
Mentre i giovani Kardashian - quelli che molti anni dopo avremmo imparato a conoscere fin troppo bene - fanno il tifo per il padre davanti alla TV, simboleggiando come il “processo del secolo” cambiò radicalmente il mondo dei massi media rispetto alla cronaca e ai casi giudiziari.

Per la prima volta nella storia degli Usa, un importantissimo evento sportivo - i playoff della NBA - venne interrotto in diretta per mostrare la fuga della Ford Bronco.
Le immagini di repertorio, che trasmettevano in diretta uno degli inseguimenti più celebri di tutti i tempi, sembravano non finire mai. L’inseguimento durò oltre sei ore, più il tempo necessario a convincere O.J. a scendere dall’auto, una volta arrivato a casa.
Pronto a bere del succo di frutta e a infilarsi la giacca, prima di essere arrestato. E a giocare sulla doppia interpretazione di ogni fatto, sfruttando il clima di tensione sociale (la polizia fece spegnere le luci agli elicotteri perché l’aveva chiesto O.J., Cochran disse che lo fecero per nascondere le loro azioni contro O.J.).
I movimenti di macchina, con panoramiche a schiaffo e riprese con la camera a mano, restituiscono la concitazione di quelle ore. Con un nuovo, grande episodio che ci racconta in ogni dettaglio le premesse al processo del secolo.
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