Provarci sì, ma con il minimo dell'impegno possibile, sperando che la star di turno faccia il resto: sembra essere questo il credo delle produzioni che vedono Netflix e Mediaset collaborare nella realizzazione di lungometraggi destinati allo streaming e alla tv. Dato che c'è il Biscione di mezzo, bisogna tenere bene a mente che Mio fratello, mia sorella e operazioni simili tentano di portare davanti allo schermo pubblici molto lontani: quello sbarazzino e iperconnesso che vedrà il film in anteprima su Netflix e quello ben più tradizionale per gusti, stile di fruizione e bussola morale che poi godrà del film nel suo passaggio in chiaro sulle reti Mediaset.
Inutile quindi bocciare in partenza questo progetto nell'impietoso paragone con altre produzioni Netflix per lo più internazionali, dato che il fronte italiano spesso lascia a desiderare (con l'importante eccezione del bellissimo È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, visto all'ultimo Festival di Venezia). C'è però un precedente interessante con cui questo film può essere confrontato: L'ultimo paradiso, pellicola che puntava sulla forza di una storia vera e sul fascino "meridionale" di Riccardo Scamarcio per suscitare l'interesse del pubblico italico.
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All'epoca dell'uscita del film non ero stata troppo tenera con quel lungometraggio (ricordate la recensione?), che però aveva dalla sua una produzione vogliosa di fare bene, uno Scamarcio molto concentrato, qualche idea azzeccata (poi controbilanciata da altre disastrose). Nel confronto, Mio fratello, mia sorella risulta un titolo ben più misero e incolore.
La trama di Mio fratello, mia sorella: Pandolfi vs Preziosi
Nick e Tesla sono figli di un eccentrico astrofisico che non si incontrano e non parlano da più di 20 anni. Lui (Alessandro Preziosi) è scappato all'improvviso in Costa Rica per vivere alla giornata e fare kitesurf, lei (Claudia Pandolfi) dopo il divorzio è rimasta da sola a crescere due figli adolescenti, di cui uno affetto da schizofrenia. Sarà il testamento del padre Giulio a costringerli a riunirsi: per poter vendere la casa di famiglia (che il padre ha diviso tra i due figli) dovranno prima vivere insieme nella stessa per un anno.
La prospettiva è invisa ad entrambi, ma è Tesla a soffrire maggiormente. È lei a dover cedere parte di casa propria al fratello insofferente alle regole, proprio quando la figlia maggiore coglie la scusa dell'arrivo dello zio per spiccare il volo e lasciarsi alle spalle ingombrante figura materna. Tesla è completamente assorbita dall'impegnativa sfida che per lei è prendersi cura del figlio musicista Sebastiano (Francesco Cavallo), la cui schizofrenia lo rende refrattario ai cambiamenti (almeno secondo la madre).

Com'è prevedibile, nonostante conflitti e dissapori, i due fratelli si riavvicineranno gradualmente: Tesla troverà in Nick un appoggio umano e un aiuto concreto, mentre l'uomo ritroverà una dimensione familiare perduta, chiudendo i conti con il passato che l'aveva indotto alla fuga.
Mio fratello, mia sorella: promossi e bocciati
È un po' straniante vedere come il progetto non giri mai davvero, nonostante le due star protagoniste (che non vedevamo in ruoli così rilevanti da un pezzo) facciano di tutto proprio per evitare che il film naufraghi. Il vagabondo con le camicie rattoppate e la barba di tre giorni prima di Preziosi non entra nel territorio della caricatura proprio grazie al suo tocco delicato, mentre Claudia Pandolfi ci mette il cuore nella sua Tesla divorata dall'ansia, il cui fragile equilibrio quotidiano vacilla al primo post-it che si stacca.
Eppure il film - che sembra quasi una risposta a Mio fratello rincorre i dinosauri declinata nel registro di casa Mediaset - ha poco da dire sulla carta e quasi nulla sullo schermo. Drammatico è drammatico, ma non graffia. Emoziona come questo genere di vicende familiari dovrebbe fare? A stento. Il regista Roberto Capucci non ha niente di suo da metterci, ma al secondo film è lecito che uno debba ancora prenderci mano e farsi le ossa. È proprio la storia a rielaborare in maniera stanca tanti filoni passati e presenti (il disagio mentale da un lato, i dissidi familiari dall'altro), senza neanche la forza di renderla viva, credibile. L'eredità del padre Giulio rimane un pretesto. Se almeno l'inizio è decoroso, nel finale il film osa davvero troppo per i suoi modesti mezzi e finisce per scadere nel ridicolo involontario.

Peccato, perché senza mai aver avuto le carte per tirar fuori qualcosa di davvero rilevante, per l'impegno dei protagonisti (e il talento sempre più in spolvero di Francesco Cavallo, di recente visto anche in La scuola cattolica) il film avrebbe potuto aspirare a una sufficienza stiracchiata.
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