Fondazione Babele, recensione: pazzi e grotteschi anni 90 all'italiana

Autore: Domenico Bottalico ,

Fondazione Babele di Massimo Semeraro e Marco Nizzoli è solo l'ultimo volume in ordine di tempo che si unisce alla serie di recuperi d'eccezione che Sergio Bonelli Editore sta facendo nella sconfinata produzione italiana. Nello specifico qui si recupera una gemma degli anni 90, un decennio universalmente ma forse un po' troppo ingiustamente vituperato, in cui gli estremismi grafici e non solo provenienti dagli Stati Uniti vennero filtrati dalla mitica rivista Cyborg su cui questa serie fece la sua comparsa.

Di cosa parla Fondazione Babele

La Fondazione Babele è un gruppo di artisti d'avanguardia che agisce in un futuro prossimo. Con le loro esibizioni e opere provocatorie e dissacranti cercano di smuovere le coscienze di masse sempre più anestetizzate dai media e per questo vengono idolatrati come rockstar mentre i loro sono gesti di resistenza quasi (super)eroica contro il sistema. 

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I 3 in realtà sono tutt'altro che super. Victor Kein detto Squalo, dallo sguardo disincantato ma terribilmente vanitoso, è il pittore del gruppo, Kurt Interior, tossicodipendente e in lotta con l'immagine del suo corpo, è lo scultore del gruppo e infine Mitshuiro Honda è l'inventore del gruppo apparentemente bloccato nel corpo di un bambino e terribilmente iperattivo.

Quando la Fondazione Babele decide di esibirsi al funerale della pornostar Rosa Casta, morta dopo aver mangiato un topo vivo ad un party, avviene l'impensabile: la ragazza torna in vita... ma come? Diventato un quartetto la Fondazione Babele è però costretta ad affrontare una serie di attacchi mirati a screditarla.

Fra nevrosi e improbabile esibizioni, impariamo a conoscere le storie dei 3 membri originali mentre il mistero sulla resurrezione di Rosa Casta si infittisce. Perché non riesce ad esprimersi correttamente e non ricorda nulla della sua vita precedente? Fra un viaggio in uno scalcinato convento italiano, popolato da suore tutt'altro che pacifiche, e un malintenzionato deciso a sfruttare la fama di Rosa, la Fondazione serra i ranghi per la sua esibizione più spettacolare di sempre: superare le difficoltà e tornare ad essere un collettivo.

Fondazione Babele: anni 90 pazzi ma non estremi come si penserebbe

Come tutte, o quasi, le serie originariamente apparse su Cyborg, anche Fondazione Babele è un piccolo grande gioiello di poco più di una dozzina di episodi che ha davvero poco dell'estremismo dei comics americani degli anni 90 ma al contrario è un fumetto anticipatore che coglie diverse tendenze allora contemporanee - anche graficamente - rimaneggiandole in qualcosa di originale, folle e anticonformista.

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Ispirato dall'ironia de Gli Aristocratici di Alfredo Castelli e Ferdinando Tacconi con una spruzzata dell'irriverenza di Alan Ford di Max Bunker, Fondazione Babele attinge a piene mani dal fumetto di fantascienza francese degli anni 70 filtrandolo attraverso l'esperienza della British Invasion dei comics degli anni 80. Per ritmo, frenesia e costruzione certosina dei personaggi la serie ricorda molto la Doom Patrol di Grant Morrison ma risulta meno autoreferenziale e più attenta invece a tematiche oggi estremamente attuali come la mercificazione dell'arte e dell'artista, il suo ruolo nella società, l'edonizzazione e la massificazione attraverso i (social) media.

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Massimo Semeraro prende così la lezione del fumetto italiano degli anni 70 - quella di Pazienza, Liberatore e degli autori bolognesi - privandola apparentemente della carica politica e usando il fumetto di genere per provocare il lettore che è quasi costretto a rivedere nelle nevrosi e nei desideri dei protagonisti un po' anche i suoi.

Vintage, trash e retro-pop convivono in Fondazione Babele e in una narrazione vibrante, arricchita da dialoghi mai banali e situazioni grottesche che fanno sorridere ma non senza lasciare un segno. Dall'invasione della sfera privata che corrisponde ad una sempre più esasperata carica voyeuristica, passando per la disgregazione del linguaggio (Rosa Casta e il suo italiano meridionalizzato) fino ai rapporti parossistici con religione e corpo, tutto punta a mostrare storture di una società che poi tanto futura non è.

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Graficamente, Marco Nizzoli parte dalle suggestioni degli sprawl del cyberpunk e, passando da una prima fase evidentemente influenzata da Moebius, modula il segno in cerca di nuove soluzioni. Le forme si fanno più tonde e fa capolino il manga, anche se mediato dal più europeo dei mangaka ovvero Katsuhiro Otomo, mentre una serie di rimandi volutamente citazionistici si scontrano con soluzioni sempre più audaci, tagli dinamici e un livello di dettaglio inviadiabile.

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Le belle matite di Marco Nizzoli sono valorizzate dall'eccellente lavoro ai colori di Chiara Fabbri Colabich che dona brillantezza e vivacità alla narrazione senza però essere invasiva. Le palette mai troppo accesse o fluorescenti e la campiture piatte e materiche donano alla lettura una atmosfera volutamente vintage quasi di sospensione. Da notare come il lavoro sulle chine, nel tratteggio e nella line art, non venga mai fagocitato.

Nella corsa all'autorialità e al rigetto della forma seriale nel fumetto odierno, Fondazione Babele non è solo una piacevole (ri)scoperta ma una boccata di aria freschissima che dimostra quando profonda sia stata la produzione italiana nel corso dei vari decenni e quanto ancora possa offrire al pubblico odierno e ai giovani autori in cerca di ispirazione. 

Il volume

La carta spessa e patinata del volume cartonato formato 22x29.7 cm esalta sia l'ottimo lavoro alle matite di Marco Nizzoli che quello ai colori di Chiara Fabbri Colabich. La resa è brillante e estramente buona per resa di dettagli e tratto. Ottima la scelta di inserire a inizio volume un simpatico dialogo fra i due autori che ricostruiscono la genesi della serie con alcuni aneddoti molto interessanti sulle loro ispirazioni. In chiusura invece c'è una piccola galleria con bozzetti preparatori e alcune copertine originali. 

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Commento

cpop.it

80

Fondazione Babele è un piccolo grande gioiello di poco più di una dozzina di episodi che ha davvero poco dell'estremismo dei comics americani degli anni 90 ma al contrario è un fumetto anticipatore che coglie diverse tendenze allora contemporanee - anche graficamente - rimaneggiandole in qualcosa di originale, folle e anticonformista. Per ritmo, frenesia e costruzione certosina dei personaggi la serie ricorda molto la Doom Patrol di Grant Morrison ma risulta meno autoreferenziale e più attenta invece a tematiche oggi estremamente attuali come la mercificazione dell'arte e dell'artista, il suo ruolo nella società, l'edonizzazione e la massificazione attraverso i (social) media.

Pro

  • consigliato agli amanti della Doom Patrol di Grant Morrison
  • disegni e colori spettacolari di Marco Nizzoli e Chiara Fabbri Colabich
  • un fumetto anticipatore che fa sorridere amaramente

Contro

  • il finale è una sorta di cliffhanger
  • alcuni passaggi possono risultare oggi ingenui e vanno contestualizzati rispetto all'epoca in cui venne pubblicata la serie per la prima volta
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