John Wick: una vendetta divenuta universo

Autore: Manuel Enrico ,

Come portare la più classica delle revenge story a divenire un cult contemporaneo? Basta avere come protagonista Keanu Reeves, considerato come da dieci anni l’Eletto di Matrix ha mostrato di essere un perfetto interprete per John Wick, il killer protagonista dell’omonima saga. Il successo dei quattro capitoli cinematografici, tuttavia, può essere fuorviante, considerato come queste pellicole siano sicuramente state spinte dalla presenza di un attore estremamente amato dal pubblico, ma sarebbe ingiusto non ricordare come John Wick sia il culmine di un lungo e travagliato percorso creativo.

Ripensando alle funamboliche sparatorie e alle battute taglienti di cui sono ricchi i quattro capitoli cinematografici di John Wick, potrebbe risultare difficile credere che dietro la realizzazione del primo film ci fossero aspettative differenti e, soprattutto, una lunga serie di delusioni e fallimenti per il creatore del personaggio, Derek Kolstad.

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La nascita di John Wick

L’inizio del nuovo millennio per Kolstad è stato una lunga sequenza di porte chiuse. Intenzionato a imporsi a Hollywood come sceneggiatore, Kolstad produsse una decina di script che vennero respinti dalle major, spingendolo quasi ad abbandonare il suo intento, ma, spinto dalla moglie, continuò a scrivere sino a che due delle sue idee presero la strada dello schermo, anche se venendo realizzate come film action a basso costo.

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Furono però sufficienti a motivare Kolstad, che continuò a macinare idee sino alla scrittura della sceneggiatura di Scorn, una storia ispirata dalla visione di revenge movies, in cui un assassino, anziano e allontanatosi dal mondo violento della malavita, è costretto a tornare in azione. Battezzato John Wick, questo killer era modellato su Clint Eastwood,  e, come facilmente intuibile, questa è la forma embrionale di quello che sarebbe divenuto John Wick. Alcuni degli elementi essenziali della storia finale, come la morte della moglie o la presenza del Continental, sono già presenti, ma sono ancora legati a una visione del protagonista diversa da quella finale, legata soprattutto all’idea di avere al centro della scena un uomo attorno alla settantina.

A guidare in parte la visione di Kolstad non furono tanto gli action movie cult degli anni ’80, di cui si vedono comunque delle tracce in John Wick, quanto il nuovo approccio segnato da film come Io vi troverò (Taken, 2008). Una narrazione che si fonda su un eroe solitario, dotato di competenze particolarmente letali che appartengono al passato del personaggio, a cui quest’ultimo deve attingere nuovamente per necessità.

Secondo questa formula, la volontà di distaccarsi dal proprio passato è un’esigenza interiore del protagonista, solitamente accompagnata a un senso di protezione del proprio presente, che viene meno proprio quanto il preservare la nuova vita si trasforma in una lotta contro una minaccia esterna. Per il Bryan Mills di Liam Neeson era il rapimento della figlia, ma nel caso di John Wick era necessario trovare una nuova strada.

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Motivo che spinse Kolstad a immaginare un uomo distrutto da una perdita, che trova la forma nell’amore per la moglie morta, che si richiude in sé isolandosi dal mondo. Un esilio che si interrompe quando interviene una forza esterna che lo colpisce nei pochi affetti rimasti, lasciando emergere l’animo violento e spietato che era stato soffocato. Una semplicità narrativa che si accompagna perfettamente al concetto di revenge movie, che specialmente nel primo capitolo di John Wick era fondamentale.

Le idee di Kolstad, nate all’interno di un cosiddetto spec script, ossia una sceneggiatura scritta nella speranza di trovare un produttore interessata, colsero l’interesse di Chad Stahelski e David Leich. Un passato di stuntman per entrambi all’interno di Matrix, Stahelski e Leich colsero subito le potenzialità dell’idea di Scorn e la proposero a Keanu Reeves, con cui erano rimasti in contatto. I due stuntman era talmente sicuri di avere tra le mani un’idea vincente che, alla proposta di dirigere le scene d’azione, rifiutarono puntando più in alto: dirigere l’intero film. E con Keanu Reeves protagonista, il destino di John Wick era segnato.

Letteralmente, considerato che il titolo del film fu involontariamente imposta da Reeves, che non riuscendo mai a ricordare il titolo originale, Scorn, continuava a riferirsi al progetto con il nome del protagonista. Una dimenticanza, che, come ha raccontato Kolstad, è stata quasi una scelta obbligata:

Il motivo per cui si John Wick è che Keanu continuava a riferirsi al film come John Wick. A un certo punto, il marketing mi ha detto ‘Amico, siamo arrivati al punto che abbiamo quasi cinque milioni di pubblicità gratis, quindi ora il titolo è John Wick, non Scorn’. Adesso non riesco nemmeno a credere che stata per chiamarsi Scorn

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L’apporto di Keanu Reeves alla creazione di John Wick fu però molto più concreto.

John Wick è Keanu Reeves

In diverse occasioni, chi ha lavorato con Keanu Reeves ha elogiato la sua maniacale dedizione al lavoro, l’attenzione ai dettagli e la sua tendenza a seguire la lavorazione dei film con particolare entusiasmo. Questo suo stakanovismo, per John Wick, si è rivelato vincente, considerato come, una volta che gli è stato presentato lo script del film, Reeves si sia interamente consacrato al personaggio. Non solo contribuendo a scrivere la trama, adattandola alla sua figura e allontanandosi dall’iniziale visione di un personaggio più anziano, ma anche addestrandosi duramente per creare uno stile di combattimento che risultasse funzionale.

Prima dell’uscita di John Wick, gli action movie moderni sembravano risentire di due impostazioni dei combattimenti con armi di fuoco bene precisi. In primis, il Gun-Fu reso celebre da John Woo, maestro del cinema action di Hong Kong, che arrivato in America stregò il pubblico di tutto il mondo con questo misto di combattimento con armi da fuoco e arti marziali, grazie a due film come Face/Off e Mission: Impossible 2. Questo stile di combattimento richiede quindi un contatto ravvicinato tra i contendenti, creando un nuovo modo di intendere il cinema d’azione che discosta dalla tradizione degli anni ’80 e ’90, fondato invece su sparatoria maggiormente dinamiche e che si fondano principalmente su un combattimento che raramente contempla uno stile ‘misto’.

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Tenendosi stretta la lezione del cinema di Hong Kong, per John Wick Keanu Reeves, supportato proprio da Stahelski e Leich, decise di sottoporsi a un duro addestramento al combattimento ravvicinato con armi da fuoco, venendo seguito da ex-SEAL e addestratori della SWAT. Per dare ulteriore concretezza allo stile di lotta di Wick, Reeves si è allenato anche in diverse arti marziali (dal judo al ju-jitsu), in modo da potere dare vita a uno stile di combattimento particolarmente adattabile, capace di essere sia percepito come tattico che come spettacolare.

È innegabile come, specialmente per il primo film della saga, la perfetta integrazione di questi diversi elementi nella creazione di uno stile di combattimento avvincente sia stata fondamentale. A dare sostengo a questa ricerca era la convinzione di dovere dare a Wick una grande adattabilità nel suo stile, come confermato da Stahelski

Per un film simile, per il modo in cui volevamo girarlo, dovevamo potere adattare continuamente le cose mentre procedevamo. Per Keanu era quindi essenziale essere preparto in diverse tecniche, una sfida che lo ha portato ad allenarsi duramente per quattro mesi

Questo impegno non è stato solamente il segreto del successo di John Wick, ma ha contribuito a rilanciare un genere, quello action, che stava mostrando una certa debolezza. Lontano dai fasti dei cult anni ’80, la ricerca di un nuovo stilema narrativo per il genere sembrava mancare di lucidità, al punto che difficilmente si ricordano pellicole che siano riuscite a dare nuova linfa a un filone narrativo che sembrava essersi esaurito in modo stanco con gli ultimi, tardivi capitoli di storici franchise come Die Hard o Rambo, che avevano segnato in modo marcato l’immaginario di action movie per un’intera generazione.

Alti brand come Mission: Impossible non avevano creato un nuovo linguaggio fisico, concentrandosi su altri aspetti, virati maggiormente alla spettacolarità tecnologica o imprese al limite dell’umano, mentre l’essenza di John Wick è stata fondata su un maggior realismo.

Al punto che, a voler esser onesti, il primo John Wick si fonda interamente sulla caratterizzazione del personaggio nel suo presente, con pochi dettagli del suo passato, e una blanda caratterizzazione del suo mondo. Mancanza che è stata ampiamente compensata con i capitoli successivi.

Da revenge story a saga

Nel primo capitolo della saga, ci viene svelato poco del passato di John, se non che è stato, a suo tempo, uno dei più letali killer del mondo, al punto di venire battezzato Baba Yaga, in riferimento alla strega della tradizione balcanica. La costruzione narrativa si concentra, nella prima parte della pellicola, sulla caratterizzazione emotiva di John, sulla perdita della moglie e l’affettuosa amicizia nata con il cucciolo che arriva a cambiare la sua vita. Due elementi fondamentali nel creare il presupposto per dare il via alla revenge che all'anima John Wick.

Preso singolarmente, John Wick potrebbe esser un action movie autonomo. La mancanza di un background particolarmente definito, accennato ma funzionale allo sviluppo della trama, consente di avere un intreccio che valorizza la fisicità e la violenza della storia, lasciando solo supporre allo spettatore che ci sia qualcosa di molto più profondo. Elementi narrativi come il Continental e la menzione di un mondo criminale con un rigido codice che abbiamo modo solamente di tastare sono declinati in modo da esaltare la pericolosità di John Wick, contribuendo, quasi a scopo preparatorio, di realizzare una perfetta origin story.

Spetta infatti ai capitoli successivi valorizzare l’importanza del codice di condotta della Gran Tavola, mostrandone i retroscena e le meccaniche, contribuendo a creare un universo narrativo che, capitolo dopo capitolo, rende sempre più solido questa società violenta.

Quello che inizialmente sembrava un personaggio completo, risolto all’interno di una storia chiusa compressa nel primo film, improvvisamente diviene il fulcro di una dinamica più articolata e complessa. La revenge story monolitica, infine, diventa origin story, trasformata in un racconto in media res con cui veniamo a conoscenza di questo mondo criminale dalla inattesa profondità.

Elementi come le monete di scambio o lo stesso Continental assumono un nuovo ruolo, diventano parte integrante di una società oscura in cui veniamo proiettati in modo repentino. John Wick da outsider di un mondo in cui apparentemente era rientrato per obbligo si trasforma in forza inarrestabile, spinto quasi a diventare l’elemento di rottura di un ordinamento, quello imposto dalla Gran Tavola. A partire dal secondo capitolo della saga, l’attenzione si sposta gradatamente dall’intimo di Wick al suo passato, legandolo alle vicende di questa comunità di assassini e di potenti, favorendo la comparsa di figure di grande fascio, come il Winston di Ian McShane e o il Re della Bowery interpretato da Lawrence Fishburne.

Si mira a creare una dimensione narrativa vivida e vitale, in mutamento e pronta a essere continuamente esplorata. Condensando temporalmente nell’arco di una manciata di mesi l’epopea di John Wick, i quattro film ritraggono un mondo di regole ferree ma al contempo malleabili, asservite a giochi di potere che vengono lentamente rivelate tanto per definire al meglio l’ambientazione quanto per svelare il passato di Wick all’interno del mondo della Gran Tavola.

Una definizione ambientale che premia sicuramente la solidità dell’ambientazione, ma che imprime un diverso moto alla vicenda personale di John Wick. Da uomo misterioso e completo del primo film, in cui il passato abbozzato era parte essenziale del suo magnetismo, Wick viene lentamente rivelato, si scava nel suo passato lasciando emergere tratti che sono sia funzionali a spiegare la sua rilevanza nelle meccaniche della Gran Tavola, sia strumentali all’evolversi di una storia che, bisogna ammetterlo, in certi passaggi sembra volersi imporre come un’epica moderna lasciando però spazio ad alcune fragilità.

Una tendenza che viene fortunatamente colmata dalla presenza di scene d’azione divenute grammatica narrativa contemporanea, che pur perdendo di concretezza dopo il primo film guadagnano in termini di spettacolarità, raggiungendo una propria identità che si impone, oggi, come una inarrivabile pietra di paragone per il cinema di genere.

John Wick, il nuovo simbolo degli action movie

Non si può fare a meno di pensare come John Wick sia arrivato in un momento in cui il cinema action sembrava in cerca di una nuova identità. La solidità e il carisma dell’epoca aurea degli anni 80 è oramai lontano, figlio di una visione steroidea e da macho dell’action hero, declino che Stallone aveva già segnalato con l’apparizione del Cavaliere Oscuro al cinema nel 1989, quando vide nel Batman di Tim Burton la nuova identità dell’azione sul grande schermo.

Previsione in parte azzeccata, ma che si è rivelata una profezia eccessivamente severa. Negli anni 90 il genere è sopravvissuto, si è rinnovato cercando nuove ispirazioni e contaminazioni con altri generi, ma ha perso progressivamente la visione dell’eroe tutto d’un pezzo e più simile a un’inarrestabile macchina da combattimento che non a un uomo fallibile, con dei limiti. La presenza di nuove suggestioni, come il cinema action orientale e la visione narrativa di interpreti come Jackie Chan, ha mostrato anche la mercato occidentale nuove possibilità, avviando un processo di rinnovamento che ha condotto alla ricerca di nuove figure di riferimento.

Tralasciando per un attimo universi a se stanti come Mission: Impossible, retaggio di un cinema d’azione fortemente identitario, mancava un nuovo personaggio di riferimento per questo genere. A poco sono serviti ritorni eccellenti di stelle del passato, o la stanca conclusione di saghe figlie degli anni ’80 sfruttando l’epica dell’eroe crepuscolare, serviva necessariamente un nuovo tipo di eroe.

John Wick si è fatto interprete di questa esigenza. Con il primo film si è mostrato un diverso prototipo di protagonista, un antieroe spezzato e che cerca solitudine e distacco, capace di tornare in azione per fini personali, non nobili o altruistici, ma solo per i propri fini. La prima pellicola della saga, come detto, è un racconto completo, trasformata solo in seguito in un franchise, progressione figlia non solo dell’accoglienza strepitosa del pubblico, che ama Keanu Reeves anche nei flop del calibro di 47 Ronin, ma della tendenza attuale dell’industy di spingere alla nascita di universi narrativi da espandere, in ottica multimediale.

Anche sotto questo aspetto, John Wick fa scuola, mostrando come trasformare un racconto breve in una saga. Prendi un personaggio, fallo amare, costruisci su di lui un mondo, lascialo al centro della storia ma consenti alla narrazione di arricchirsi di personaggi e situazioni, trasformando il tutto in una serie di possibilità di nuove diramazioni del corso principale. A patto, ovviamente, che ci sia una congruità tra le parti, che tutti gli elementi arrivino a un equilibrio che dia sostanza.

Non è un caso che la prima produzione in tal senso, The Continental, ricordi agli spettatori un aspetto fondamentale: dal mondo di John Wick. Si ricorda la scintilla primigenia dell’universo in cui veniamo calati, ma si punta, allo stesso tempo, a creare storie indipendenti dalla figura centripeta di Wick. The Continental, Ballerina e future produzioni saranno quindi corollarie alla vicenda principale di John Wick, che arrivato al quarto capitolo potrebbe aver trovato una degna conclusione della sua odissea, ma difficilmente Keanu Reeves metterà in naftalina completo e pistole.

John Wick: L'ordine di visione

The Continental

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