Doctor Newtron - La Scienza nel Fumetto: Intervista a Dario Bressanini

Autore: Manuel Enrico ,
Copertina di Doctor Newtron - La Scienza nel Fumetto: Intervista a Dario Bressanini

Reed Richards, Tony Stark, Ray Palmer. Dalla scienza derivano grandi poteri, secondo quanto ci insegnano i fumetti, che a partire dalla Silver Age hanno visto nelle menti scientifiche degli interessanti spunti per la creazione di personaggi divenuti beniamini dei lettori. Eppure, prima di questa rivoluzione nei comics avvenuta nel Secondo Dopoguerra, lo scienziato dei comics nel periodo della Golden Age era identificato come il villain delle storie. Un’evoluzione che ha stuzzicato la curiosità di Dario Bressanini, apprezzato divulgatore che ha deciso di unire la sua passione per la scienza con il suo amore per la nona arte, realizzando Doctor Newtron: La scienza nel fumetto

Doctor Newtron: La scienza nel fumetto unisce l’evoluzione della scienza e della sua percezione da parte del pubblico all’evoluzione narrativa e stilistica del mondo dei Comics. Bressanini compie un lavoro attento di ricerca, creando un esempio di come le potenzialità del medium fumetto possano essere impiegate in modo perfetto per essere uno strumento didattico, mantenendo un’ampia accessibilità da parte del pubblico. 

Dario Bressanini ci racconta il suo Doctor Newtron: La scienza del fumetto

Dopo avere apprezzato la lettura di Doctor Newtron: La scienza del fumetto, abbiamo avuto il piacere di esplorare meglio questo interessante progetto con Dario Bressanini. Tra ricordi delle prime letture dei fumetti di supereroi e la crescita personale, quanto raccontato da Bressanini aiuta a comprendere ulteriormente la potenzialità di un’idea come Doctor Newtron: La scienza nel fumetto. 

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Doctor Newtron. La scienza nel fumetto

Doctor Newtron. La scienza nel fumetto

Divulgazione e fumetto, due ambiti che per il pubblico generalista difficilmente potrebbero coesistere. Eppure, se ben ricordo sin dai tuoi primi esperimenti di divulgatore hai guardato al mondo delle nuvole parlanti come un ambito da cui trarre ispirazioni e argomenti. Quanto la lettura dei fumetti, quanto personaggi come Tony Stark o Reed Richards hanno stimolato la curiosità del giovane Dario lettore spingendolo verso la sua carriera scientifica?

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Mi è capitato spesso di partire da un fumetto come ispirazione per un video o un articolo divulgativo, e che sia un appassionato di fumetti di lunga data lo si capisce anche da come mi piace definirmi sui social network: l’amichevole chimico di quartiere, ovvia citazione a Spider-Man.

Non esagero se dico che senza Reed Richards forse non sarei mai diventato uno scienziato. È stato il mio modello sin da quando ero alle scuole elementari e lo racconto anche nel libro Doctor Newtron, la scienza nel fumetto. Anzi parto proprio da lì per indagare come non solo gli avvenimenti del mondo reale abbiano influenzato come la scienza e gli scienziati sono stati rappresentati, nei decenni, nei fumetti, ma anche come questi ultimi a loro volta abbiano influenzato milioni di bambine e bambini a intraprendere una carriera nelle materie scientifiche e tecnologiche, che ora chiamiamo STEM, Science Technology, Engineering and Mathematics.

Quel numero dei Fantastici Quattro che un bambino più grande un’estate al mare mi prestò da leggere (era il #23, Tutto iniziò a Yancy Street) mi fece innamorare istantaneamente dei Fantastici Quattro e dei fumetti dei supereroi, e contemporaneamente decisi che da grande avrei fatto lo scienziato, anche se non sapevo bene di quale tipo. Rimasi folgorato dal fatto che Reed Richards era il capo, non un personaggio secondario, e che sconfiggeva i nemici (e salvava il mondo) non tanto con i suoi poteri ma con la sua intelligenza e con il potere della scienza. Era il più saggio del gruppo.

Poi i miei genitori mi regalarono una scatola del Piccolo Chimico e il mio destino ormai era segnato

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La tradizione fumettistica non è sempre stata generosa con gli scienziati. Nella Golden Age sono stati idealizzati spesso con il villain, portando a una visione poco lusinghiera nella cultura popolare del periodo. Nel tuo volume, fai un ragionamento preciso su questo aspetto, giusto?

Esatto. Gli autori di fumetti, di qualsiasi epoca, sono uomini immersi nella cultura del tempo e vengono influenzati da quello che vedono e leggono. Per esempio, nel libro faccio notare le innumerevoli assonanze tra l’immagine che Jack Kirby diede al Reed Richards dei primi numeri dei fantastici quattro, con Robert Oppenheimer. Scienziato di mezza età che fumava la pipa, coi capelli corti e brizzolati, a capo di un progetto. Oppenheimer fu sulle copertine di tutti i giornali e riviste per anni dopo il Progetto Manhattan e forse costituì almeno in parte il modello usato da Kirby per Reed Richards.

Per quel che riguarda gli scienziati cattivi, nel libro faccio notare come nella Golden Age fossero tutti molto stereotipati, molto simili tra loro anche graficamente. Erano quasi sempre calvi, con il camice bianco da chimico, spesso con gli occhialini, e dediti alla malvagità fine a sé stessa. Ne passo in rassegna vari, dal primo scienziato malvagio che combatte Superman, Ultra-Humanite, a Doctor Death l’avversario di Batman a tanti altri.

Ho pensato che non potesse essere un caso che gli autori di fumetti di quell’epoca usassero tutti lo stesso modello grafico. La mia ipotesi è che, magari inconsciamente, si siano ispirati a Fritz Haber, un chimico tedesco, calvo e con gli occhialini, che salì alla ribalta della cronaca per la messa a punto della sintesi dell’ammoniaca a partire dagli elementi. Una scoperta importantissima. Fu questa scoperta che permise al mondo, da allora in avanti, di produrre fertilizzanti con cui possiamo oggi sfamare miliardi di persone. Però fu anche l’inventore della guerra chimica durante la Prima guerra mondiale. Fu lui a ideare il rilascio di gas cloro, velenoso, verso le trincee nemiche. Fu responsabile di migliaia di morti. Quando nel 1918 ricevette il Nobel per la chimica, causando un’ondata di indignazione, se ne parlò molto sui giornali e la sua immagine circolò. È possibile che la sua immagine si sia fissata nell’immaginario popolare dell’epoca come modello di scienziato malvagio.

La Silver Age ha parzialmente corretto questo concetto, introducendo figure come Reed Richards o Barry Allen, come lettore e come uomo di scienza. La scienza è ancora influenzata dalle visioni contemporanee, come la paura dell'atomica (Hulk e gli X-Men ne sono dirette emanazioni) ma emerge anche un aspetto più positivo, come hai affrontato questa evoluzione della percezione della scienza nei comics?

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L’ho affrontata in due modi. Prima di tutto l’ho fatta letteralmente vedere nelle storie che racconto, che ho costruito proprio per rappresentare un’epoca particolare, per mostrare come nei fumetti l’immaginario della scienza e degli scienziati sia cambiato nel tempo. Con la Silver Age arrivano un sacco di scienziati supereroi, e nei fumetti dell’epoca traspare sia una visione ottimistica e positiva della scienza, sia un’ansia diffusa per quello che potrebbe andare storto, per esempio con le radiazioni nucleari. Non è un caso che moltissimi supereroi e supercriminali degli anni ’60, soprattutto della Marvel, acquisiscano i loro poteri a causa delle radiazioni. I Fantastici Quattro, gli X-Men, Peter Parker (Spider-Man), Bruce Banner (Hulk), Matt Murdock (Devil) e così via. E quindi la storia delle origini di Doctor Newtron, riraccontata negli anni ’60, ha a che fare con un incidente nucleare durante il Progetto Manhattan.

Nella parte saggistica che accompagna ogni storia poi ho raccontato questa evoluzione passo per passo, facendo dei continui richiami ad avvenimenti accaduti nel mondo reale che hanno avuto una immediata ripercussione nel mondo dei fumetti, dal lancio dello Sputnik al primo uomo nello spazio all’avvento delle biotecnologie negli anni ’90.

Dalla divulgazione, dove hai mostrato anche sui social di aver trovato un punto di contatto con il pubblico, alla sceneggiatura di un fumetto. Il tuo volume è un ibrido in cui alla parte divulgativa viene affiancata la finta storia editoriale di questo supereroe scienziato, come ti sei trovato a dover gestire queste due differenti meccaniche narrative?

È stato molto divertente e stimolante. Nel libro ogni cosa che scrivo che riguarda dei personaggi realmente pubblicati (da Superman ai Fantastici Quattro passando per il dimenticato Wonder Man) è assolutamente vera. Invece ogni cosa che scrivo riguardo al Dottor Newtron e alla sua storia editoriale l’ho inventata io ma sempre ispirandomi a episodi reali della storia del fumetto, e facendo disegnare a Luca Bertelè delle finte copertine, “omaggio” a copertine realmente pubblicate.

Per esempio, nella storia dedicata agli anni ’70 e all’apparizione di temi sociali nei fumetti dei Supereroi, dalla droga al razzismo, faccio fare al professor Tom Taylor (l’alter ego di Doctor Newtron) un viaggio attraverso l’America con tre suoi studenti, per andare a una manifestazione di protesta in un campus in Ohio contro la guerra in Vietnam. Avvenimento che è realmente accaduto. Il riferimento fumettistico esplicito qui è al viaggio attraverso l’America che Danny O’Neil e Neil Adams fecero compiere a Green Lantern e Green Arrow. Una serie di numeri diventati una pietra miliare della storia del fumetto. Per completare la storia ho chiesto a Luca Bertelè di omaggiare una copertina di quel famoso ciclo adattandola come se fosse stata pubblicata dalla (mai esistita) IC Comics, la casa editrice delle avventure del nostro dottore.

L'evoluzione scientifica e le nuove scoperte tecnologiche sono sempre più presenti nei comics, arrivando ad ispirare cicli divenuti cult come Extremis per Iron Man. Nella tua esperienza di lettore, hai notato una maggior competenza e correttezza da parte degli sceneggiatori nell'introdurre elementi scientifici all'interno delle storie?

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Durante la scrittura delle storie per il libro mi sono letto centinaia di storie della Golden e Silver age, soprattutto di Batman e di Flash (quelle dei Fantastici Quattro e dell’Uomo Ragno non avevo bisogno di rileggerle conoscendole a menadito). Anche quelle vecchie storie erano spesso molto accurate nell’introdurre aspetti scientifici. Certo, erano più didascaliche rispetto ad oggi. Spesso le note dell’Editor e le didascalie illustravano un principio scientifico che poteva non essere familiare ai lettori dell’epoca. In una delle prime storie di Iron Man, Stan Lee si dilunga nella spiegazione di come funzioni un laser, un apparecchio che non era per nulla familiare all’epoca.

Adesso non credo che uno sceneggiatore inserirebbe in una storia una spiegazione del genere. Ora gli sceneggiatori hanno meno la necessità di spiegare nel dettaglio apparecchi e concetti scientifici e si possono concentrare di più sulle loro implicazioni. Mi vengono in mente, per esempio, tutte le storie degli X-Men in cui si parla della discriminazione genetica. O i dilemmi etici che riguardano la clonazione di esseri umani. Ancora una volta i fumetti catturano le ansie e le preoccupazioni della società verso le nuove scoperte scientifiche e tecnologiche. Una cosa che la letteratura popolare ha sempre fatto almeno dal romanzo di Mary Shelley, Frankenstein, in poi.

Dottor Newtron ha il merito di non rivolgersi solamente ai lettori casual di fumetti, ma si pone come uno spunto di riflessione anche per gli addetti ai lavori. Dietro questo risultato ci sono evidenti ricerche anche in ambito fumettistico, una tua passione che si percepisce nettamente.

Ho progettato il libro in modo che potesse essere apprezzato a più livelli e da pubblici diversi. C’è chi magari sarà semplicemente incuriosito dalle vicende di questo supereroe scienziato che si dipanano in dieci storie a fumetti abbastanza interconnesse. Tutte disegnate e colorate con uno stile rappresentativo dell’epoca in cui sono collocate. C’è chi invece sarà più interessato alla parte saggistica, che analizza il rapporto tra rappresentazione della scienza e i fumetti di un’epoca particolare. Ma c’è pane per i denti anche per gli addetti ai lavori. Erano quasi venti anni che accumulavo materiale, un po’ alla volta mentre leggevo fumetti, per raccontare questo rapporto. Essendo sia appassionato di scienza che di fumetti, ed essendo uno scienziato io stesso (un chimico fisico teorico), ho potuto notare in tantissime storie passate dei particolari, delle cose, degli aspetti di intrecci narrativi che magari sono sfuggiti a chi è arrivato al fumetto da altri campi. Per esempio, l’introduzione delle terre parallele (o del multiverso, come lo chiamiamo ora) nelle sceneggiature degli anni ’60 subito dopo che uno fisico scrisse un articolo scientifico dove ne ipotizzava l’esistenza suggerendo una nuova interpretazione della meccanica quantistica.

Mi sono anche divertito a raccontare episodi poco noti della storia del fumetto, come il fatto che molte vignette e copertine disegnate da Bob Kane, il primo disegnatore di Batman e suo co-creatore insieme a Bill Finger, fossero copiate o addirittura ricalcate da altri fumetti come Tarzan e Flash Gordon, facendo disegnare a Luca Bertelè delle pose del Dottor Newtron identiche ad alcune pose iconiche di Batman. Oppure di quando Will Eisner testimoniò in un processo intentato dalla DC Comics di come lui avesse creato su commissione un supereroe troppo simile a Superman. La DC vinse la causa e il secondo numero di quel fumetto non vide mai le edicole.

C’è anche un altro livello di lettura che riguarda l’ultima, lunga, storia, che è diversa dalle altre. Lì il Dottor Newtron si trova ad affrontare un nemico che è dentro di lui: scopre di avere un tumore. È una storia autobiografica dove ho trasferito le mie esperienze da malato oncologico nelle vignette del nostro dottore. Chi tra i lettori ha passato vicende simili sono sicuri che si ritroverà in moltissime situazioni, dalle lunghe attese in sale d’aspetto ai giorni in cui si aspetta che arrivi un referto, o come ci si sente dopo un trattamento. Anche in questo caso ho fatto disegnare a Luca Bertelè una finta copertina che sono sicuro gli appassionati di fumetti riconosceranno.

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Questa particolare esperienza autoriale ha cambiato il modo in cui percepisci da lettore il medium fumetto?

Assolutamente sì. Prima di lavorare al libro ho fatto un corso di sceneggiatura di fumetti con Tito Faraci e uno di Graphic Journalism con Marco Rizzo, e mi sono divorato il manuale di sceneggiatura che ha scritto Tito Faraci, L’uomo con la faccia in ombra. Ora quando leggo un fumetto mi accorgo di particolari che prima, da lettore, mi sfuggivano. Mi soffermo di più sulle vignette e cerco di capire quali istruzioni ha dato lo sceneggiatore al disegnatore perché disegnasse la vignetta proprio in quella maniera. Diciamo che apprezzo ancora di più il fumetto dal punto di vista tecnico, andando anche oltre alla trama, ai disegni e ai dialoghi.  

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